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lunedì 3 settembre 2018

La memoria delle atrocità

«Il XX secolo, l’epoca della politica di massa e della cultura di massa ha preferito affidarsi più all’immagine che alla parola stampata. Questa tendenza a servirsi dell’immagine è sempre esistita in mezzo ad una popolazione in gran parte analfabeta, ma oggi, in seguito al perfezionamento della fotografia, del cinema e del rituale politico, essa è diventata una considerevole fo rza politica», ha scritto Mosse (1). Attraverso le proprie produzioni fotografiche, le nazioni, con le connesse società e rispettive forme di cultura, si sono confessate, rivelate, consegnate alla storia. Se è vero, come ha sostenuto Sontag (2), che fotografare significhi appropriarsi della cosa che si intende fotografare, stabilendo così con il mondo una relazione particolare, che possa alla fine dare una sensazione di conoscenza e perciò di potere, allora le fotografie ci riconsegnano senz’altro l’interpretazione ed il tentativo di appropriazione che l’uomo, nel corso dei secoli, ha messo in atto nei confronti della realtà, mentre vorticosa lo coinvolgeva. La fotografia, a tal punto, è sempre una testimonianza storica. Ma tale testimonianza, spesso, non va intesa nel senso stretto di una descrizione oggettiva di una realtà, quanto semmai in un significato che comprenda l’attestazione di un avvenimento e l’intenzionalità di divulgare una particolare verità all’interno della società. La fotografia, infatti, non è «il trasparente resoconto di un evento», ma è sempre «un’immagine che qualcuno ha scelto; fotografare significa inquadrare, e inquadrare vuol dire escludere» (3).
Le fotografie sono frammenti di realtà selezionati dal fotografo, che «sceglie il momento e l’oggetto» della rappresentazione; spesso sono condizionati dalla stessa macchina fotografica, che «detta i limiti dell’inquadratura». Il prodotto stesso di «questa sinergia non può essere una riproduzione oggettiva della realtà» (4).
Pertanto, quando analizziamo una fotografia, non dobbiamo limitarci a raccontare soltanto ciò che è stato rappresentato, ma dobbiamo, nel possibile, svelare anche ciò che è stato volontariamente tralasciato, cercando inoltre di indagare le motivazioni per cui simili scelte di rappresentazione ed esclusione siano state effettuate, interessandoci, come sosteneva Bloch, di «quel che si lascia intendere, senza averlo voluto dire in maniera esplicita» (5).
Soltanto analizzando la fotografia, riconoscendo in essa ciò che è stato volontariamente escluso, si può costruire un quadro completo della realtà in cui simile rappresentazione è stata completata.
Un’analisi che acquista una notevole importanza nella ricerca dell’intenzionalità che ha generato le fotografie attestanti scene di atrocità durante le guerre. L’atrocità può essere stata fotografata da un professionista per denunciare o testimoniare un episodio storico; può essere stata fotografata da un soldato che ha partecipato all’eccidio, per poi tenerla come un macabro ricordo; può essere stata commissionata dalla propaganda di un governo per orientare l’opinione pubblica; può essere stata fotografata da un civile come lascito alla memoria. Una volta compresa la motivazione dello scatto, è altrettanto importante analizzare l’uso che la società o la politica compie poi delle immagini prodotte sui terreni dei conflitti. La morte, nel momento che esista una conflittualità politica in essere, non si erge da sola come condanna della guerra in se, ma viene spesso utilizzata per effettuare proseliti alla propria fazione (6). Un’ immagine di guerra, così, può essere utilizzata per finalità fra loro del tutto contrapposte, e che ergono a seconda da quale visuale lo spettatore voglia riflettere sull’immagine, o da quale visuale il fotografo voglia stimolare la percezione dell’osservatore. Altre volte, questa dicotomia di messaggi presenti nella fotografia, può derivare da fattori esterni all’intimo rapporto che s’instaura fra l’osservatore e la fotografia, e che vengono appunto posti per influenzare tale comunicazione.
La committenza, il taglio, la didascalia, le modalità di diffusione o di pubblicazione, sono tutti fattori che possono stravolgere ed influenzare la lettura ed il significato di un’eventuale immagine, ed incidere sulla sua fruizione nelle persone. La fotografia, spesso, è nulla più che una vuota immagine se non la compariamo appunto con la sua produzione e con la sua funzione storica, sia sociale sia politica. Se l’immagine ci rivela la personalità e la cultura del fotografo che ha realizzato una simile opera, è senz’altro la didascalia a raccontarci, così, l’intenzionalità politica che ha determinato la divulgazione della stessa immagine all’interno della società. Nel momento in cui ogni immagine può destare sentimenti diversi negli osservatori, la didascalia rappresenta senz’altro il tentativo di indirizzare tali sentimenti spontanei in determinati significati politici, spesso stabiliti in precedenza dal divulgatore dell’immagine.
In tale modo, il testo dirigerebbe «il lettore tra i significati dell’immagine», facendone «evitare alcuni e recepire altri» (7), influenzando così il pensiero critico dell’osservatore.
Un tentativo che assume un’estrema e sensibile importanza, soprattutto nel momento in cui una nazione è coinvolta nel sacrificio e nel dramma di una guerra. Le fotografie che riescono a passare il visto delle censure, vengono spesso pubblicate con didascalie che filtrano il senso reale dell’immagine, per propagandare il messaggio della parte in conflitto.
Le fotografie di morte, così, sono state diffuse per illustrare a volte tesi già precostituite, per giustificare il proprio intento di guerra e contemporaneamente legittimare le proprie azioni belliche, per demonizzare il nemico e fomentare l’odio verso di lui, per ostentare la propria potenza repressiva e l’ordine costituito, per negare oppure ostentare la violenza della guerra, a seconda se i morti appartenessero al proprio esercito od al nemico. La fotografia è stata utilizzata per celebrare l’eroismo della guerra o per urlare le sue atrocità conto l’umanità.
«Le fotografie di un’atrocità possono suscitare reazioni opposte. Appelli per la pace. Proclami di vendetta. O semplicemente la vaga consapevolezza, continuamente alimentata da informazioni fotografiche, che accadono cose terribili» (8).
L’affermazione di Sontag sulle reazioni suscitate nelle persone dalle fotografie delle atrocità, in tal senso, illustra l’effimera potenza della fotografia, capace di veicolare i sentimenti delle persone a sostegno o contro determinati conflitti, ma ci deve indurre anche a riflettere sulla tremenda impotenza delle immagini, che si rivela pienamente quando le atrocità della guerra vengono accolte dalle persone come un evento inevitabile. Le immagini di morte possono provocare nello spettatore un sentimento di abitudine, di rigetto, come se «la reiterazione ossessiva della morte prima la spettacolarizza, poi l’annulla» (9).
La quotidiana presenza di immagini violente nella società odierna fa insorgere il rischio che la capacità critica dell’osservatore si perda nella rassegnazione di accettare la guerra, come una inevitabile presenza nell’esistenza umana. Ma sarebbe un grave errore assimilare le fotografie della morte in guerra ad un genere iconografico, astraendo dalle condizioni politiche e storiche in cui le specifiche immagini sono state prodotte e diffuse. Per una corretta analisi delle immagini stesse, non si deve incorrere nell’errore di effettuare soltanto uno studio stilistico delle fotografie, soffermandosi principalmente sulla composizione della scena ripresa, ma diviene necessario entrare nel dettaglio della fotografia, scavare nella sua natura, concentrarsi nei particolari, cercare di comprendere quale sia stata l’intenzionalità che ha maturato la scelta di produrre una simile immagine, e soprattutto appurare se l’immagine abbia poi risposto fedelmente alla stessa intenzionalità, o se invece, come spesso avviene, la fotografia non abbia lasciato trasparire dettagli ed elementi che ci portino ad una più profonda conoscenza dell’evento rappresentato.
Le immagini di un conflitto, come ha notato De Luna, sono «momenti di verità», rappresentano «tessere di un mosaico che lo storico deve completare con tutte le informazioni e le conoscenze che gli derivano dal complesso delle sue ricerche e delle sue fonti» (10).
A tal punto, nella miriade di immagini di violenza che la storia ha prodotto, il «contesto rimane quindi indispensabile per decifrare le singole specificità che la storia lascia emergere nella nebulosa di quella che viene chiamata barbarie» (11). Perché è proprio il contesto a rappresentare un «elemento cruciale», non soltanto «per lo scatenamento della violenza», ma anche «per prepararla e renderla accettabile e giustificabile» (12).
È lo stesso clima sociale a far sì che emergano determinati atti di violenza. Sono le «concezioni politiche, le identità ideologiche, le capacità tecnologiche che indirizzano a questa o a quella forma di violenza, che diventa a sua volta indicativa e caratteristica del regime che le mette in pratica» (13). È il contesto, come ha scritto Flores, che fornisce al potere le condizioni adeguate «per legittimare l’uso della violenza, per mobilitare le masse a eseguirla o appoggiarla, per discolparsi in anticipo attraverso propaganda e menzogne che il contesto sembra rendere accettabili» (14).
Ma spesso, il significato di una fotografia, il suo senso, può derivare, oltre che dal mutare del contesto storico, anche a causa dell’avanzare del tempo, che può far rileggere le immagini prodotte negli anni precedenti in un’ottica totalmente opposta a quella iniziale.
Molte fotografie delle guerre del Novecento possono ancora oggi portare il loro drammatico messaggio, soltanto se vi è una nazione capace di comprenderle. D’altronde, le fotografie, se a volte non sussiste un ricordo che le possa animare, divengono vuoti trascrittori, come ha raccontato Sartre, sintetizzando l’assenza di una qualsiasi comunicazione fra la fotografia ed una persona, a causa di un passato che non forniva più ricordi, nella geniale frase «questi afrodisiaci non hanno più alcun effetto sulla mia memoria» (15).
L’assenza di una memoria storica può causare la banalizzazione delle immagini attestanti le atrocità della guerra. La quotidiana fruizione di immagini violente, inoltre, tende ad alimentare la triste assuefazione delle popolazioni alla violenza. La circolazione di fotografie attestanti le violenze di guerra si amplia, il senso di denuncia e critica si assottiglia, la memoria svanisce nell’oblio. A tal punto, le fotografie non sono più testimonianze che indignano le coscienze, ma diventano semplici immagini che, accolte per un attimo dalle persone, poi scivolano via, per essere sostituite dalle immagini successive, in un mosaico di continui orrori, smettendo di «essere una testimonianza per diventare parte della scenografia che ci circonda. Ognuno può scegliere comodamente il frammento di orrore con cui decorare di commozione la propria vita» (16), ognuno può scegliere la propria icona per denunciare la guerra o giustificarla, oppure semplicemente può decidere di rimanere indifferente. Nel momento in cui la guerra viene accettata nella sua ineluttabilità, le atrocità vengono assorbite dalle persone, per essere metabolizzate in fotografie, che nulla possono per interrompere la tragedia in atto.

Note

1. Mosse G.L., L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, p. 13.
2. Vedi Sontag S., Sulla fotografia, p. 4.
3. Vedi Sontag S., Davanti al dolore degli altri, p. 40.
4. Vedi Schaber I., Gerda Taro. Una fotografa rivoluzionaria nella Guerra civile spagnola, pp. 123-124.
5. «Oggi perciò, persino nelle testimonianze più decisamente volontarie, ciò che il testo ci dice espressamente non costituisce più l’oggetto preferito della nostra attenzione. A noi di solito interessa maggiormente quel che si lascia intendere, senza averlo voluto dire in maniera esplicita». Vedi Bloch M., Apologia della storia, p. 69.
6. «Per i militanti, l’identità è tutto. E ogni fotografia attende d’essere spiegata o falsificata da una didascalia. Durante i combattimenti tra serbi e croati all’inizio delle recenti guerre nei Balcani, le stesse fotografie di bambini uccisi nel bombardamento di un villaggio venivano mostrate sia nelle conferenze di propaganda serbe che in quelle croate. Bastava cambiare la didascalia e la morte di quei bambini poteva essere utilizzata innumerevoli volte». Vedi Sontag S., Davanti al dolore degli altri, p. 9.
7. Proprio discorrendo relativamente al testo che accompagna la fotografia stampata, Barthes ha rivelato come esso costituisca «un messaggio parassita, destinato a connotare l’immagine, cioè a “insufflarle” uno o più significati secondi». E se spesso il testo apposto accanto alla fotografia «non fa che amplificare un insieme di connotazioni già incluse nella fotografia» altre volte, il testo diviene di primaria importanza nello studio dell’uso della fotografia, in quanto esso «produce (inventa) un significato interamente nuovo e che viene in qualche modo proiettato retroattivamente nell’immagine, al punto da sembrare denotato». Considerando che ogni immagine è polisemica, Barthes sosteneva che essa «implica, al di sotto dei suoi significanti» una «catena fluttuante» di significati, che «il lettore può in parte scegliere e in parte ignorare». A questo punto, «in ogni società si sviluppano tecniche diverse destinate a fissare la catena fluttuante dei significati, in modo da combattere il terrore dei segni incerti: il messaggio linguistico è una di queste tecniche». Vedi Barthes R.,L’ovvio e l’ottuso, pp. 15-17 e pp. 28-30.
8. Vedi Sontag S., Davanti al dolore degli altri, p. 11.
9. Vedi De Luna G., Il corpo del nemico ucciso, p.26.
10. Vedi De Luna G., Il corpo del nemico ucciso, p. XXVI.
11. Vedi De Luna G., Il corpo del nemico ucciso, p. 63.
12. Vedi Flores M., Tutta la violenza di un secolo, p. 69.
13. Vedi Flores M., Tutta la violenza di un secolo, p. 55.
14. Vedi Flores M., Tutta la violenza di un secolo, p. 69.
15. Vedi Sartre J.P., La nausea.
16. Vedi Pérez-Reverte A., Il pittore di battaglie, p. 17.

venerdì 26 gennaio 2018

Quel giorno di fine gennaio



 
C'erano dieci gradi sotto zero,
quel giorno di fine gennaio.
Camminavo con mia moglie al fianco
e mio figlio morto in collo.
Intorno,
uomini di pelle ed ossa,
dalla fatica,
crollavano al suolo.
Una bambina correva
ad abbracciare la madre,
ma la guardia
mirò al suo cuore,
e la neve bevve
il suo sangue.
E la neve coprì
il suo corpo inerme.


Persone senza nome
eravamo,
un numero tatuato
sulla pelle del braccio,
cicatrice
che riportava alla realtà
in quel dannato viaggio.
Gli occhi persi
in un cielo spento,
tagliato
dal filo spinato.
Fragili ombre -
a tremare nel gelo -
eravamo,
come petali di fiore
piegati nel vento.


E dalle nuvole
comparvero i camini.
Si rabbuiarono
i nostri volti chini.
Dagli occhi chiusi
uscirono lacrime.
Batteva impazzito
il cuore esangue.
Ci mettemmo in fila,
il nostro turno
aspettando,
e nelle bocche
bestemmie e preghiere
mormorando.
Entrai,
salutando mia moglie,
e non rividi più
la neve
tingersi d'azzurro
all'orizzonte.



Tratto dalla raccolta di poesie D'AMORE E DI RABBIA IN UN TEMPO DI GUERRA


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giovedì 8 settembre 2016

Roma «città aperta» nelle fotografie ufficiali dell’epoca

«Romani, dopo l’appello di S.M. il Re Imperatore agli Italiani e il mio proclama, ognuno riprenda il suo posto di lavoro e di responsabilità. Non è il momento di abbandonarsi a dimostrazioni che non saranno tollerate. L’ora grave che volge impone ad ognuno serietà, disciplina, patriottismo fatto di dedizione ai supremi interessi della Nazione. Sono vietati gli assembramenti e la forza pubblica ha l’ordine di disperderli inesorabilmente. Badoglio».
Così era scritto in un manifesto affisso sulle mura di Roma il 26 luglio del 1943, e fotografato dagli operatori dell’Istituto Luce.
Quando la radio aveva annunciato la destituzione di Mussolini, gli operatori dell’Istituto, che per tutto il Ventennio avevano ripreso le adunate oceaniche di Piazza Venezia e le acclamazioni popolari ai discorsi del duce, si gettarono di nuovo per le strade di Roma, questa volta con l’intento, però, di fotografare il consenso della popolazione alla decisione di porre fine al regime fascista.
Gli operatori del Luce fotografarono così la popolazione riversare nelle strade di Roma per acclamare Badoglio nella veste del nuovo Capo del Governo. Essi fotografarono la città imbandierata, nonché la folla di persone che gremiva via del Corso, via Nazionale, innalzando cartelloni con sopra scritto W l’Italia libera.
In una piazza Colonna riempita dalla folla, gli operatori del Luce ripresero alcune persone innalzare un cartello con sopra impressa la scritta Piazza G. Matteotti; per poi seguire le persone che, arrampicandosi su lunghe scale, iniziavano a demolire i fasci littori dalle mura dei palazzi.
Ma presto tali manifestazioni di esultanza popolare iniziarono ad essere sgradite al nuovo governo insediatosi, arrivando al punto di ordinare alle forze dell’ordine di sciogliere molti assembramenti con l’uso della forza, e così il Luce, dopo aver fotografato il popolo che si gettava nelle vie a distruggere tutti i simboli del fascismo che trovava lungo il suo corso, iniziò a riprendere anche i primi provvedimenti del nuovo governo Badoglio, i primi picchetti armati e l’affissione del sopra citato primo manifesto murale.
E bisognò aspettare la giornata del 15 agosto per trovare nuovamente fotografie di assembramenti popolari consentiti, quando gli operatori del Luce fotografarono la folla che riempiva Piazza San Pietro per acclamare Pio XII a testimoniare l’affetto ed il ringraziamento che la popolazione gli donava per aver visitato i luoghi colpiti dai bombardamenti, oltre alla riconoscenza per l’intervento e l’interessamento che la diplomazia vaticana aveva avuto nel far dichiarare Roma “città aperta”, riflettendo, così, come la popolazione romana ormai affidasse le proprie speranze soltanto alla Santa Sede ed al Papa (1).
Nei giorni dell’agosto del 1943, il Reparto Guerra del Luce, nel frattempo, tornò spesso a documentare gli effetti dei bombardamenti a Roma, riprendendo una cerimonia militare con la bandiera italiana a mezz’asta in segno di lutto, ma soprattutto fotografando i cadaveri che affioravano fra le macerie.
Gli operatori del Reparto fotografarono i corpi morti di un gruppo di neonati, i cadaveri stesi sul selciato divelto davanti ad un asilo comunale nella zona romana di Tiburtina, i treni incendiati nella stazione Casilina, o i corpi senza vita che venivano ritrovati fra le macerie, o stesi nel mezzo della ferrovia bombardata. Ma queste fotografie furono tutte archiviate come riservate, a testimoniare come la censura sull’immagine fotografica continuasse, nonostante il cambio di governo.
Il Luce, per certi versi, nei giorni seguenti testimoniò emblematicamente anche la confusione in cui fu gettata la nazione, ed in assenza di vere e proprie direttive politiche su cosa fotografare, nei “quarantacinque giorni” di Badoglio, si concentrò a produrre un innumerevole quantitativo di fotografie sulla lavorazione del vetro a Murano, a Trieste, sulla produzione ortofrutticola di Chioggia, o effettuando un ampio servizio fotografico sulle varie fasi di lavorazione della sezione conserviera dell’industria Arrigoni.
E nessun operatore dell’Istituto si aggirò per Porta San Paolo, la mattina del 10 settembre, quando civili e reparti dell’esercito, dopo la fuga di Badoglio e del re, cercarono di resistere all’occupazione della città da parte dell’esercito nazista. Nessuna immagine fu ufficialmente prodotta dall’Istituto Luce, e se vogliamo cercare qualche scorcio di quella giornata, lo possiamo rinvenire in fotografie di privati che riprendevano i resistenti nell’atto di difendere Roma dietro barricate improvvisate o proteggendosi dietro le vetture, opponendo, nonostante l’immenso divario di forze umane e militari che giocava a favore delle truppe del maresciallo Kesselring, una strenua e coraggiosa battaglia.
E prima di essere trasferito definitivamente a Venezia, dove dall’ottobre del 1944 sarebbe stato dotato di una spaziosa residenza a Sant’Elena dei Giardini, nel cineborgo della Repubblica di Salò, il Luce tornò ad aggirarsi per la città, per riprendere essenzialmente la costituzione del Partito Fascista Repubblicano.
Gli operatori fotografarono le varie manifestazioni pubbliche, le visite degli esponenti del partito ad asili e sanatori, la messa e le manifestazioni alla memoria di Ettore Muti, le iscrizioni degli aderenti al partito, il maresciallo Graziani tenere il discorso del teatro Adriano, i valori di Montecassino portati a Castel Sant’Angelo, la Federazione Romana del PFR rendere omaggio al Milite Ignoto e all’Ara dei Caduti Fascisti, o confezionare i pacchi dono per sinistrati e sfollati.
Una rappresentazione fotografica che cercava di costruire l’immagine di un partito vivente ed ancora presente nella vita italiana.
Ma la vera realtà della città iniziava ad essere tratteggiata in una delle ultime fotografie scattate dal Luce sul suolo romano, quando gli operatori ci consegnarono l’immagine di una Roma ormai pattugliata dai soldati tedeschi, a vigilare «sulla linea di confine a Piazza San Pietro», come recitava la didascalia impressa nei registri dell’Archivio Fotografico del Luce.
Una volta trasferito l’Istituto, gli operatori del Luce raramente tornarono a Roma per fotografare gli eventi della città durante i mesi dell’occupazione nazista.
Poche furono le fotografie scattate sul suolo romano, qualche raro spettacolo in onore dei feriti italo-tedeschi alla presenza di Pizzirani, qualche immagine raffigurante soldati alleati a marciare prigionieri per le vie del centro, pubblicate con sotto impresse didascalie quali: «Gli anglo-americani hanno visto Roma»; oppure le immagini dei bombardamenti angloamericani che continuavano a colpire la città, come l’ampia documentazione sui bombardamenti avvenuti nel marzo del 1944, fotografando gli effetti di tali bombardamenti sulla parrocchia di San Benedetto, al quartiere Ostiense, sulla Casa della Maternità alla Garbatella, sul convento delle suore Orsoline o sull’asilo d’infanzia in via Lorenzo il Magnifico.
Furono altri fotografi a rappresentare ufficialmente gli eventi della città.  
Accanto all’Istituto Luce, infatti, durante il periodo dell’occupazione nazista, operarono nella ripresa degli avvenimenti in Italia anche i vari fotografi tedeschi della Propaganda Kompanien dell’esercito, dell’aviazione, della marina e della Waffen-SS, presso le quali erano appunto distaccati i vari fotografi di guerra.
I fotografi dipendevano dall’Oberkommando der Wehrmacht, cioè dalla sezione del comando supremo delle forze tedesche, incaricata della propaganda, ed a cui giungevano tutte le immagini, per essere sottoposte al vaglio della censura prima di poter essere distribuite alle agenzie di stampa (2).
Ed erano state proprio le PK, d’altronde, a fotografare la liberazione di Mussolini, il 12 settembre del 1943, a Campo Imperatore sul Gran Sasso, ritraendolo rattrappito in un cappotto col bavero rialzato, intento a salire su di un piccolo aereo.
E sarebbero state sempre loro molto spesso a consegnare alla storia la terribile testimonianza di molti eccidi perpetrati dai nazisti contro la popolazione civile italiana. Fotografie scattate con l’intenzionalità politica di elevare la morte a monito contro i partigiani affinché non continuassero la loro resistenza, fotografie scattate per una consuetudine militare di ritrarre immagini di morte violenta per esorcizzare la morte stessa, fotografie che poi sarebbero rimaste a testimoniare l’atrocità di quelle rappresaglie ed in molti casi furono anche utilizzate come prove giudiziarie durante i processi che si sarebbero avuti nel dopoguerra.
Molte di queste fotografie sono state raccolte da Mignemi e De Luna nel loro libro Storia fotografica della Repubblica Sociale Italiana (3), ed osservando alcune fotografie, l’immagine risalente che i fotografi delle PK tratteggiarono di Roma, per certi versi, sembra quasi tessere una trasfigurazione della realtà cittadina.
Basti vedere quei servizi fotografici che forse intendevano propagandare l’immagine di una Roma senza alcun problema alimentare. 
Gli operatori ripresero i greggi e le piccole mandrie che attraversavano le piazze della città per essere portati al mattatoio, o  si aggirarono per i mercati rionali, fotografando banchi pieni di frutta, verdura e pollami. Una rappresentazione che stridente contrastava con le voci e le testimonianze che si levavano dalla popolazione a tratteggiare una realtà di continua fame, in una città in cui la distribuzione delle razioni alimentari sembrava sempre più divenire quantitativamente insufficiente, come veniva anche attestato nelle relazioni fiduciarie che riportavano il malcontento della popolazione e nei documenti del Ministero dell’Interno.
Una rappresentazione che certo non fotografava la realtà di quei vasti settori della popolazione che venivano gradualmente stritolati fra le disposizioni che aumentavano il prezzo del pane, la distribuzione ritardata della razione di pasta, le speculazioni crescenti dei borsari neri.
Ma questa, d’altronde, era una rappresentazione che ricordava la coreografia fotografica effettuata dal regime fascista durante i primi anni di guerra, quando i fotografi del Luce si aggirarono per Roma a riprendere l’allestimento dei vari orti di guerra, con l’intento di attestare la produttività dell’agricoltura italiana, di enfatizzare la mobilitazione della popolazione, e ricollegare la rappresentazione dell’Italia fascista come continuazione storica dell’antica Roma, in cui il cittadino era dipinto come guerriero e contadino veterano.
Al fine di negare la drammaticità economica e sociale del paese, sin dall’estate del 1941, il Luce aveva così iniziato a fotografare i vari orti di guerra che riempivano gli spazi pubblici delle città.
Gli operatori fotografarono gli orti di guerra di Villa Torlonia, nei giardini di San Giovanni, od ancora il 6 agosto del 1941 all’Università La Sapienza. In quest’ultimo caso, con l’ulteriore intento di propagandare l’impegno di tutta la società agli sforzi della guerra, gli operatori del Luce fotografarono alcune giovani studentesse sorridenti mentre raccoglievano delle patate nell’orto di guerra, impiantato nei giardini di fronte alla facoltà di «Fisiologia Generale».
Gli orti di guerra iniziarono a riempire sempre di più ogni angolo delle città, ed il Luce, nel febbraio del 1942, fotografò il loro allestimento a Villa Umberto, a San Giovanni in Laterano, lungo viale dell’Impero, al Colle Oppio, per poi riprendere nell’estate successiva, la popolazione intenta nelle varie fasi della lavorazione e della trebbiatura del grano in piazza del Popolo a Roma (4)
Ancora più surreali sembravano i servizi fotografici delle PK che riprendevano le tranquille passeggiate nelle città, le persone sedute sui bar ad ascoltare musica e sorseggiare tranquillamente aperitivi, od appoggiati sotto un sole primaverile a leggere le ultime notizie dei giornali, così contrastanti con la realtà di una città schiacciata dal coprifuoco e attonita dalla paura dell’invasore. Alcune fotografie sembrerebbero scattate a ricordo di una situazione privilegiata che vivevano i soldati, come nelle immagini che ritraevano lo spettacolo di una ballerina in un locale notturno frequentato dalle truppe tedesche. Ma forse, a tali immagini, era anche soggiacente il disegno politico di propagandare il messaggio di come soltanto gli anglo-americani violassero con i loro bombardamenti lo status di “città aperta” della capitale.
Immagini che certo sembrano assurde rispetto alla realtà di via Tasso 145, la caserma della Gestapo diretta dall’ufficiale Kappler, nel cui carcere durante i  mesi dell’occupazione nazista, furono rinchiusi e torturati civili e partigiani prima di essere deportati o fucilati a Forte Bravetta; rispetto alle continue torture perpetrate dall’aguzzino Koch (5) e dalla sua banda nella pensione Jaccarino, rispetto al numero di persone deportate, dal rastrellamento del ghetto ebraico a quello del Quadraro.
Una realtà che emerse agghiacciante oltre l’aspetto patinato delle fotografie di costume, quando dopo l’attentato partigiano in via Rasella, con cui fu annientata la 11° compagnia del terzo battaglione delle SS Polizei Regiment Bozen, le PK fotografarono il 23 marzo 1944 le fasi del rastrellamento, riprendendo un sottoufficiale del comando di Roma intento ad esaminare i resti della bomba, ma soprattutto immortalando i militari altoatesini del Polizei-Battaillon Bozen pattugliare la strada con le spalle al muro ed i fucili puntati alle finestre delle case.
Quelle case che furono crivellate di proiettili dai nazisti alla disperata ricerca di colpire gli esecutori dell’attentato. Una foga ed una voglia di vendetta che spinse i soldati ad arrestare chiunque passasse nei paraggi, prelevando dagli appartamenti e dai fabbricati da cui si pensava fosse stato sparato chiunque vi si trovasse in quell’istante, perquisendo abitazioni arrestando un gran numero di abitanti totalmente estranei al conflitto in atto. Una massa di arrestati, perseguiti, i cui volti compaiono in quelle fotografie, ritratti addosso alle mura di palazzo Pittoni, sotto lo sguardo vigile ed armato dei soldati.
E furono ancora le PK a fotografare le persone schierate davanti la cancellata del Palazzo Barberini, controllate a vista dai fucili spianati dei soldati del III battaglione del Polizei-Regiment Bozen e del battaglione Barbarigo della X Mas (6).  
Visi di persone che poi sarebbero stati sottoposti a strenuanti interrogatori condotti con sevizie e senza alcun rispetto della dignità umana, testimoniando l’inizio di una foga di rappresaglia che culminò con l’eccidio delle Fosse Ardeatine, in cui 335 italiani furono uccisi per soddisfare la voglia di vendetta di Hitler e del comando militare tedesco operante in Italia.
E se nessuna immagine è stata rinvenuta di quei drammatici momenti, se la strage fu condotta nella più assoluta segretezza, è senz’altro vivida nel suo dolore la testimonianza lasciata dal documentario Giorni di Gloria (7) relativa alla scoperta delle salme. Quelle immagini in bianco e nero a riprendere le ricerche degli scavatori nei cunicoli che i tedeschi avevano ostruito con le esplosioni dei genieri e con mucchi di immondizia per meglio occultare lo scempio da loro perpetrato. Quelle immagini a testimoniare il momento del ritrovamento di quei corpi ammassati in una lugubre piramide, sommersi dal terriccio causato dalle esplosioni, trasportati ormai irriconoscibili sopra i tavoli dove si sarebbe ricercato di ridonare loro quell’identità strappata dall’eccidio nazista. Visibili nelle immagini erano ancora le mani delle vittime legate con fili e corde dietro le schiene. E poi oggetti, soltanto oggetti appartenuti alle vittime, in molti casi unico legame possibile rimasto per donare un nome a quegli scheletri e teschi appartenenti a persone consumate dall’atrocità nazi-fascista. Orologi, frammenti di lettere, parole scritte per un ultimo addio od un’ultima preghiera, brandelli di stoffe, unico legame per effettuare un’identificazione altrimenti impossibile. Ed ancora le immagini strazianti del pianto e delle urla dei parenti, la disperazione dopo aver riconosciuto qualche caro fra i martiri delle Fosse Ardeatine. Ma anche il dolore composto di quei parenti che con la loro testimonianza raccontavano quelle giornate di smarrimento, quando non avevano notizie dei propri cari, e temevano quella sorte avversa che poi si sarebbe avverata. (8)
E dopo qualche mese avvenne la Liberazione della città, e furono questa volta gli operatori foto-cinematografici a seguito delle truppe americane (9) a riprendere i momenti di quelle giornate.
Gli operatori fotografarono i soldati all’ingresso di Porta Maggiore nella giornata del 5 giugno, per poi riprendere la popolazione festeggiare nelle vie della città, le ragazze sorridenti e le jeep americane con seduti sopra bambini e civili in festa. I fotografi ripresero un Altare della Patria gremito di soldati statunitensi accerchiati da una popolazione trepidante per la liberazione dai tedeschi. Nei giorni seguenti, gli operatori fotografarono le persone riunite in cerchio a leggere i giornali che annunciavano l’evento, come l’Avanti che recitava «Da Roma liberata un solo grido: Italia libera!» od il Tempo che annunciava «Le truppe anglo-americane sono entrate ieri a Roma». Ma soprattutto si aggirarono per la città a fotografare i soldati americani offrire cibo ai civili dalle proprie scatolette o mentre si apprestavano a curare una ragazza ferita, nel cui viso era ancora vivida un’espressione di timore. Ed anche nei mesi successivi, gli operatori americani cercarono, attraverso le proprie fotografie, di testimoniare le attenzioni e l’interesse che i soldati apprestavano alla popolazione romana, come nelle immagini che ritraevano la coda di persone accorrere per ricevere assistenza alimentare al Centro Cucina Popolare n.15; per poi produrre le immagini di una serena amicizia fra i soldati e le ragazze del luogo, come quelle fotografie che ritraevano soldati intenti a passeggiare serenamente per strade o a farsi accompagnare per i monumenti della città da quelle ragazze sorridenti che nelle didascalie venivano indicate come le «segnorine».
Una metodologia fotografica che pian piano pose le fondamenta nell’immaginario collettivo del mito del soldato americano liberatore. Emblematico esempio era l’immagine scattata nel centro di Roma, con un soldato americano sorridente in piedi sulla propria jeep a sorreggere un bambino, mentre le persone gremivano tutta via del Corso che si apriva sullo sfondo della fotografia, e visi esultanti salutavano e toccavano di gratitudine il soldato.  
Una ripresa fotografica che, riprendendo il corpo del soldato in primo piano, gli conferiva una presenza statuaria, innalzandolo al centro della fotografia e pertanto propagandando un messaggio di potenza, ma allo stesso tempo, ritraendolo intento a stringere e cullare al proprio petto un neonato, creava l’immagine degli Stati Uniti amici, protettori paterni dell’Italia. Un’immagine paterna e protettrice degli Stati Uniti nei confronti dell’Italia, che in molte crisi del dopoguerra, e tutt’oggi durante il conflitto iracheno, è stata spesso fatta risaltare dalle forze politiche intenzionate ad avallare le decisioni internazionali americane. Il soldato liberatore, il soldato protettore, che salvava la città dalla violenza nazista e donava carezze e cioccolato alla popolazione, la costruzione fotografica di un messaggio politico che sarebbe stato ricordato negli anni.
Ed infine venne il tempo della Roma dei processi che avrebbero condannato alcuni fascisti all’esecuzione capitale, come quelle avvenuta contro Caruso (10), o successivamente contro l’aguzzino Koch (11).
E furono ancora gli operatori americani a fotografare l’odio e la rabbia che tanti anni di dittatura fascista prima e occupazione nazista poi avevano creato negli animi della popolazione. Così possono essere lette quelle tremende fotografie che riprendevano la popolazione intenta a linciare Donato Carretta, direttore del carcere di Regina Coeli.  Fotografie che ritraevano il corpo di Carretta gettato nelle acque del Tevere, con la popolazione a fissare composta dai bordi del fiume il suo corpo cercare di tornare a galla ma sempre respinto da alcune persone che lo colpivano ripetutamente sulla testa con i remi di una barca,   a costringerlo ad affogare tramortito dentro il fiume,  prima di essere prelevato ormai senza più vita.
Ed anche il Luce, dopo aver fotografato la Liberazione di Venezia il 25 aprile, ritornò a Roma. Ma la sua attività fotografica oramai veniva sempre più messa in discussione dall’apertura concorrenziale di molte agenzie fotografiche. Il monopolio dell’immagine fotografica dettato dall’Istituto Luce oramai andava sempre più in frantumi. Sempre meno immagini furono prodotte, fin quando l’Istituto non sciolse definitivamente il servizio.
Ma proprio alcune delle ultime immagini prodotte dall’Istituto furono le fotografie che seguirono la seduta inaugurale della Costituente, riprendendo le varie personalità politiche che affluivano a Roma, per partecipare ai lavori di quell’assemblea che avrebbe dato una costituzione democratica all’Italia repubblicana.

Breve Bibliografia

Chabod Federico, L’Italia contemporanea (1918-1948), Torino, Einaudi, 1961.
Colarizi Simona, L’opinione degli italiani sotto il regime (1929-1943), Roma-Bari, Editori Laterza, 1991.
De Luna Giovanni, Mignemi Adolfo (a cura di), Storia fotografica della Repubblica sociale italiana, Torino, Bollati Boringhieri, 1997.
Griner Massimiliano, La “banda” Koch. Il Reparto Speciale di Polizia, Torino, Bollati Boringhieri, 2000.
Insolera Italo, Roma fascista nelle fotografie dell’Istituto Luce, Roma, Editori Riuniti, 2002.
Katz Robert, Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine, Roma, Editori Riuniti, 1996.

Lualdi Aldo, La banda Koch. Gli anni bui della Repubblica di Salò, in Storia Illustrata, Anno XVI, N.171, Febbraio 1972, pag.86-98.
Lualdi Aldo, La banda Koch. Un aguzzino al servizio del regime, Milano, Bompiani, 1972.
Mannucci Stefano, Luce sulla guerra. La fotografia di guerra tra propaganda e realtà. 1940-45, Roma, 2010
Mignemi Adolfo, Storia fotografica della Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1995.
Mignemi Adolfo, La seconda guerra mondiale (1940-1945), Roma, Editori Riuniti, 2000.
Olla Roberto, Combat film, Roma, RAI-ERI, 1997.
Troisio Armando, Roma sotto il terrore nazi-fascista, Roma, Mondini, 1944.

Note:

(1) Agli occhi della popolazione romana, durante i mesi dell’occupazione tedesca, Pio XII apparve come il «defensor urbis», e la Chiesa acquisì un prestigio che avrebbe assunto un peso decisivo nelle vicende politiche del dopoguerra. A tal proposito, vedi Chabod F., L‟Italia contemporanea, pp. 124-125.
(2) Furono circa  3.500.000 le fotografie di guerra scattate dalle PK sui vari fronti, nelle retrovie o nei paesi occupati dalle truppe tedesche, fra il 1939 ed il 1945. Per l’archiviazione di tali fotografie esistono tre fondi: il Bild 101 I, che raccoglie le fotografie scattate dalle compagnie di propaganda dell’esercito e dell’aviazione; il Bild 101 II, che raccoglie quelle provenienti dalla marina; il Bild 101 III, che infine detiene la produzione delle compagnie di propaganda della Waffen-SS. A causa delle ingenti perdite subite durante la guerra e nel dopoguerra, il fondo Blind 101, conservato a Coblenza, è composto oggi da circa 1.100.000 fotografie restituite dagli Stati Uniti al Bundesarchiv nel 1962.
(3) De Luna Giovanni, Mignemi Adolfo (a cura di), Storia fotografica della Repubblica sociale italiana, Torino, Bollati Boringhieri, 1997.
(4) Identica rappresentazione fotografica fu effettuata nella città di Milano, dove gli operatori del Luce ed i fotografi privati della Publifoto, ripresero spesso i lavori di trebbiatura del grano negli orti di guerra sistemati nel centro della città ed all’ombra del Duomo. Vedi Stefano Mannucci, Luce sulla guerra. La fotografia di guerra tra propaganda e realtà. Italia 1940-45.
(5) Per le violenze commesse da Pietro Koch e la sua banda durante il periodo della loro permanenza a Roma, vedi Griner Massimiliano, La “banda” Koch. Il Reparto Speciale di Polizia, Torino, Bollati Boringhieri, 2000; Lualdi Aldo, La banda Koch. Un aguzzino al servizio del regime, Milano, Bompiani, 1972.
(6) Per uno studio sistematico sugli avvenimenti di quei giorni a Roma, concernente sia la dinamica dell’attentato di via Rasella sia le violenze nazi-fasciste, vedi Troisio A., Roma sotto il terrore nazi-fascista e Katz R., Morte a Roma.
(7) Vedi Giorni di gloria, regia di Luchino Visconti, Marcello Pagliero, Giuseppe De Santis, Mario Serandrei. Produzione Titanus, ANPI, 1945.
(8) Vedi Mannucci Stefano, Luce sulla guerra, op. cit.
(9) Vedi Olla Roberto, Combat film, Roma, RAI-ERI, 1997.
(10) Per le immagini relative a Caruso vedi ancora Giorni di Gloria.
(11) Le fotografie del processo e della fucilazione di Koch sono state pubblicate con l’articolo Lualdi Aldo, La banda Koch. Gli anni bui della Repubblica di Salò, in Storia Illustrata, Anno XVI, N.171, Febbraio 1972, pag.86-98.

Originariamente pubblicato sul portale Storia XXI Secolo

martedì 19 luglio 2016

Memoria del bombardamento del 19 luglio 1943



Le prime bombe su Roma iniziarono a cadere nella mattina del 19 luglio.
I primi edifici ad essere colpiti furono gli edifici di Medicina Clinica all’interno del complesso universitario.
Le esplosioni si susseguirono, devastando edifici universitari ed abitazioni civili.
«Ondata dopo ondata, i duecentosettanta bombardieri alleati stavano polverizzando i quartieri meridionali di Roma da un’altitudine “di venti angeli” – ventimila piedi, secondo il linguaggio del Corpo d’armata aereo americano – e fuori della portata della contraerea italiana». (Katz Robert, Roma città aperta. Settembre 1943-giugno 1944).
L’ospedale del Policnico si riempì «con l’arrivo di feriti e moribondi, centinaia di vittime in preda a emorragie causate dalle bombe, uomini, donne e bambini, che poco prima giocavano nelle strade del quartiere proletario di San Lorenzo». (Katz Robert, op. cit.)
L’obiettivo dell’attacco aereo era lo scalo di smistamento ferroviario nel quartiere di San Lorenzo.
Il giorno stesso, gli alleati stilarono un rapporto di valutazione dei danni, in cui si asseriva che «la missione si era rivelata un intervento chirurgico perfettamente riuscito» e senza danni «rilevati nella città stessa se non per pochi edifici nelle immediate vicinanze dello scalo di San Lorenzo». Ma come ha ricordato Katz, «le “immediate vicinanze” erano tuttavia una delle zone residenziali più popolose della città, e nei “pochi edifici” morirono oltre mille romani, mentre migliaia furono i feriti». (Katz Robert, op. cit.)
«Me ne vado verso casa nostra e in mezzo alle macerie ci sta un silenzio che fa impressione. Un silenzio che ha sotterrato San Lorenzo con tutto il camposanto. Che ha impastato le case e le lapidi in una sola maceria silenziosa, che ha azzittato i vivi e i morti. La gente sta tutta in mezzo alla strada e nel mentre che me ne vado verso il palazzo mio passo su via dei Reti dove c’è il carcere minorile. Pare che le guardie so’ scappate senza manco aprì le celle dei ragazzini reclusi, mentre a via dei Sabelli so’ un’ottantina i morti dell’orfanotrofio. […] Io, intanto, che è finito il bombardamento… giro… giro… ma non trovo più il palazzo nostro. Per mezz’ora me ne vado avanti e indietro dalle mura che tengo di riferimento e poi mi accorgo che ci sto camminando sopra». (Celestini Ascanio, Storie di uno scemo di guerra)
Gli operatori dell’Istituto Luce documentarono i danni dei bombardamenti lungo viale Regina Margherita, fotografando i tram divelti, gli edifici colpiti quali l’Istituto di Sanità e la facoltà di Chimica situata all’interno della Città Universitaria.
I fotografi si aggirarono poi a riprendere le abitazioni distrutte nel quartiere San Lorenzo o lungo via Tiburtina. Gli operatori del Reparto Guerra entrarono anche nel cimitero del Verano, a fotografare le tombe dan¬neggiate, riprendendo in primo piano la lapide della famiglia Pacelli, con i vasi per fiori sparsi sul terreno.
Anche il bombardamento della Basilica di San Lorenzo fu documentato, attraverso immagini scattate sia dall’esterno, a riprendere il portico e la facciata completamente distrutta, sia all’interno dello stesso edificio.
Gli operatori fotografarono un frate che si aggirava sperduto fra le panche divelte e le colonne abbattute, prima di ritrarre la principessa di Piemonte Maria Josè tra le macerie, arrivata sul luogo a constatare i danni.
Lo stesso giorno del bombardamento, il Minculpop dispose a tutti i giornali di Roma, di dedicare un’intera pagina «all’illustrazione storica, religiosa ed artistica della Basilica», ordinando loro di pubblicare le fotografie scattate dall’Istituto Luce, soprattutto quelle che documentavano «la facciata prima e dopo il bombardamento e con l’interno – riferentesi alla Basilica di S. Lorenzo e agli edifici colpiti dell’Università».
Ma l’icona di quella dolorosa giornata, rimase la fotografia con cui gli operatori dell’Istituto Luce ritraevano Pio XII a braccia aperte nel gesto di abbracciare e benedire la popolazione romana dopo i bombardamenti.
Per anni, quella fotografia fu assunta a simbolo di quella giornata, e diffusa con didascalie che appunto indicavano come la scena fosse stata ritratta nel quartiere di San Lorenzo di Roma.
Ma in realtà, la fotografia in questione fu scattata davanti alla Basilica di San Giovanni in Laterano, ed era l’ultima fotografia di un’unica serie, realizzata probabilmente dopo il secondo bombardamento di Roma, avvenuto nella mattina del 13 agosto 1943, durante la visita che il pontefice effettuò a San Giovanni prima di recarsi nei quartieri colpiti.
I fotografi testimoniarono l’arrivo in macchina del pontefice nella piazza; poi ripresero Pio XII mentre camminava in mezzo «alla folla davanti alla Basilica di San Giovanni in Laterano»; infine lo fotografarono mentre, con le mani giunte, si concentrava in una preghiera circondato «dalla popolazione romana vittima dei bombardamenti».
I fotografi seguirono il pontefice avviarsi verso la propria automobile, e prima di accingersi a salire per partire via, Pio XII si voltò ancora una volta verso la popolazione, sollevando una mano in segno di benedizione, per poi aprire le braccia verso le persone che si stringevano a lui.
E fu in quel momento, che gli operatori dell’Istituto Luce scattarono la celebre fotografia che per anni sarebbe stata diffusa con l’errata didascalia.
Molti indizi confermano come la fotografia non fosse stata scattata nel quartiere di San Lorenzo.
Innanzitutto, le persone ritratte nella fotografia avevano i vestiti puliti e non presentavano alcuna ferita; mentre diversi testimoni ricordarono come, dopo il bombardamento, gli abitanti del quartiere di San Lorenzo avessero gli abiti bianchi dalla polvere e dai calcinaci, ed i volti stravolti dal terrore e dalla fatica.
Inoltre, gli stessi visi che osservavano Pio XII, mentre apriva le braccia, erano riconoscibili in molte altre fotografie scattate a San Giovanni, a testimoniare in maniera inequivocabile come anche quella fotografia appartenesse al medesimo servizio fotografico (Mannucci Stefano. Luce sulla guerra. La fotografia di guerra tra propaganda e realtà. Italia 1940-45).
Pur essendo difficile appurare la causa che ha generato l’errore nella diffusione della fotografia, il messaggio contenutovi ha rivestito una notevole importanza nella costruzione dell’immagine di Pio XII all’interno della memoria storica della nazione, non soltanto nella rappresentazione degli anni di guerra, ma influenzando anche l’opinione pubblica nella discussione politica che animò i primi anni del dopoguerra.

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