giovedì 8 settembre 2016

Roma «città aperta» nelle fotografie ufficiali dell’epoca

«Romani, dopo l’appello di S.M. il Re Imperatore agli Italiani e il mio proclama, ognuno riprenda il suo posto di lavoro e di responsabilità. Non è il momento di abbandonarsi a dimostrazioni che non saranno tollerate. L’ora grave che volge impone ad ognuno serietà, disciplina, patriottismo fatto di dedizione ai supremi interessi della Nazione. Sono vietati gli assembramenti e la forza pubblica ha l’ordine di disperderli inesorabilmente. Badoglio».
Così era scritto in un manifesto affisso sulle mura di Roma il 26 luglio del 1943, e fotografato dagli operatori dell’Istituto Luce.
Quando la radio aveva annunciato la destituzione di Mussolini, gli operatori dell’Istituto, che per tutto il Ventennio avevano ripreso le adunate oceaniche di Piazza Venezia e le acclamazioni popolari ai discorsi del duce, si gettarono di nuovo per le strade di Roma, questa volta con l’intento, però, di fotografare il consenso della popolazione alla decisione di porre fine al regime fascista.
Gli operatori del Luce fotografarono così la popolazione riversare nelle strade di Roma per acclamare Badoglio nella veste del nuovo Capo del Governo. Essi fotografarono la città imbandierata, nonché la folla di persone che gremiva via del Corso, via Nazionale, innalzando cartelloni con sopra scritto W l’Italia libera.
In una piazza Colonna riempita dalla folla, gli operatori del Luce ripresero alcune persone innalzare un cartello con sopra impressa la scritta Piazza G. Matteotti; per poi seguire le persone che, arrampicandosi su lunghe scale, iniziavano a demolire i fasci littori dalle mura dei palazzi.
Ma presto tali manifestazioni di esultanza popolare iniziarono ad essere sgradite al nuovo governo insediatosi, arrivando al punto di ordinare alle forze dell’ordine di sciogliere molti assembramenti con l’uso della forza, e così il Luce, dopo aver fotografato il popolo che si gettava nelle vie a distruggere tutti i simboli del fascismo che trovava lungo il suo corso, iniziò a riprendere anche i primi provvedimenti del nuovo governo Badoglio, i primi picchetti armati e l’affissione del sopra citato primo manifesto murale.
E bisognò aspettare la giornata del 15 agosto per trovare nuovamente fotografie di assembramenti popolari consentiti, quando gli operatori del Luce fotografarono la folla che riempiva Piazza San Pietro per acclamare Pio XII a testimoniare l’affetto ed il ringraziamento che la popolazione gli donava per aver visitato i luoghi colpiti dai bombardamenti, oltre alla riconoscenza per l’intervento e l’interessamento che la diplomazia vaticana aveva avuto nel far dichiarare Roma “città aperta”, riflettendo, così, come la popolazione romana ormai affidasse le proprie speranze soltanto alla Santa Sede ed al Papa (1).
Nei giorni dell’agosto del 1943, il Reparto Guerra del Luce, nel frattempo, tornò spesso a documentare gli effetti dei bombardamenti a Roma, riprendendo una cerimonia militare con la bandiera italiana a mezz’asta in segno di lutto, ma soprattutto fotografando i cadaveri che affioravano fra le macerie.
Gli operatori del Reparto fotografarono i corpi morti di un gruppo di neonati, i cadaveri stesi sul selciato divelto davanti ad un asilo comunale nella zona romana di Tiburtina, i treni incendiati nella stazione Casilina, o i corpi senza vita che venivano ritrovati fra le macerie, o stesi nel mezzo della ferrovia bombardata. Ma queste fotografie furono tutte archiviate come riservate, a testimoniare come la censura sull’immagine fotografica continuasse, nonostante il cambio di governo.
Il Luce, per certi versi, nei giorni seguenti testimoniò emblematicamente anche la confusione in cui fu gettata la nazione, ed in assenza di vere e proprie direttive politiche su cosa fotografare, nei “quarantacinque giorni” di Badoglio, si concentrò a produrre un innumerevole quantitativo di fotografie sulla lavorazione del vetro a Murano, a Trieste, sulla produzione ortofrutticola di Chioggia, o effettuando un ampio servizio fotografico sulle varie fasi di lavorazione della sezione conserviera dell’industria Arrigoni.
E nessun operatore dell’Istituto si aggirò per Porta San Paolo, la mattina del 10 settembre, quando civili e reparti dell’esercito, dopo la fuga di Badoglio e del re, cercarono di resistere all’occupazione della città da parte dell’esercito nazista. Nessuna immagine fu ufficialmente prodotta dall’Istituto Luce, e se vogliamo cercare qualche scorcio di quella giornata, lo possiamo rinvenire in fotografie di privati che riprendevano i resistenti nell’atto di difendere Roma dietro barricate improvvisate o proteggendosi dietro le vetture, opponendo, nonostante l’immenso divario di forze umane e militari che giocava a favore delle truppe del maresciallo Kesselring, una strenua e coraggiosa battaglia.
E prima di essere trasferito definitivamente a Venezia, dove dall’ottobre del 1944 sarebbe stato dotato di una spaziosa residenza a Sant’Elena dei Giardini, nel cineborgo della Repubblica di Salò, il Luce tornò ad aggirarsi per la città, per riprendere essenzialmente la costituzione del Partito Fascista Repubblicano.
Gli operatori fotografarono le varie manifestazioni pubbliche, le visite degli esponenti del partito ad asili e sanatori, la messa e le manifestazioni alla memoria di Ettore Muti, le iscrizioni degli aderenti al partito, il maresciallo Graziani tenere il discorso del teatro Adriano, i valori di Montecassino portati a Castel Sant’Angelo, la Federazione Romana del PFR rendere omaggio al Milite Ignoto e all’Ara dei Caduti Fascisti, o confezionare i pacchi dono per sinistrati e sfollati.
Una rappresentazione fotografica che cercava di costruire l’immagine di un partito vivente ed ancora presente nella vita italiana.
Ma la vera realtà della città iniziava ad essere tratteggiata in una delle ultime fotografie scattate dal Luce sul suolo romano, quando gli operatori ci consegnarono l’immagine di una Roma ormai pattugliata dai soldati tedeschi, a vigilare «sulla linea di confine a Piazza San Pietro», come recitava la didascalia impressa nei registri dell’Archivio Fotografico del Luce.
Una volta trasferito l’Istituto, gli operatori del Luce raramente tornarono a Roma per fotografare gli eventi della città durante i mesi dell’occupazione nazista.
Poche furono le fotografie scattate sul suolo romano, qualche raro spettacolo in onore dei feriti italo-tedeschi alla presenza di Pizzirani, qualche immagine raffigurante soldati alleati a marciare prigionieri per le vie del centro, pubblicate con sotto impresse didascalie quali: «Gli anglo-americani hanno visto Roma»; oppure le immagini dei bombardamenti angloamericani che continuavano a colpire la città, come l’ampia documentazione sui bombardamenti avvenuti nel marzo del 1944, fotografando gli effetti di tali bombardamenti sulla parrocchia di San Benedetto, al quartiere Ostiense, sulla Casa della Maternità alla Garbatella, sul convento delle suore Orsoline o sull’asilo d’infanzia in via Lorenzo il Magnifico.
Furono altri fotografi a rappresentare ufficialmente gli eventi della città.  
Accanto all’Istituto Luce, infatti, durante il periodo dell’occupazione nazista, operarono nella ripresa degli avvenimenti in Italia anche i vari fotografi tedeschi della Propaganda Kompanien dell’esercito, dell’aviazione, della marina e della Waffen-SS, presso le quali erano appunto distaccati i vari fotografi di guerra.
I fotografi dipendevano dall’Oberkommando der Wehrmacht, cioè dalla sezione del comando supremo delle forze tedesche, incaricata della propaganda, ed a cui giungevano tutte le immagini, per essere sottoposte al vaglio della censura prima di poter essere distribuite alle agenzie di stampa (2).
Ed erano state proprio le PK, d’altronde, a fotografare la liberazione di Mussolini, il 12 settembre del 1943, a Campo Imperatore sul Gran Sasso, ritraendolo rattrappito in un cappotto col bavero rialzato, intento a salire su di un piccolo aereo.
E sarebbero state sempre loro molto spesso a consegnare alla storia la terribile testimonianza di molti eccidi perpetrati dai nazisti contro la popolazione civile italiana. Fotografie scattate con l’intenzionalità politica di elevare la morte a monito contro i partigiani affinché non continuassero la loro resistenza, fotografie scattate per una consuetudine militare di ritrarre immagini di morte violenta per esorcizzare la morte stessa, fotografie che poi sarebbero rimaste a testimoniare l’atrocità di quelle rappresaglie ed in molti casi furono anche utilizzate come prove giudiziarie durante i processi che si sarebbero avuti nel dopoguerra.
Molte di queste fotografie sono state raccolte da Mignemi e De Luna nel loro libro Storia fotografica della Repubblica Sociale Italiana (3), ed osservando alcune fotografie, l’immagine risalente che i fotografi delle PK tratteggiarono di Roma, per certi versi, sembra quasi tessere una trasfigurazione della realtà cittadina.
Basti vedere quei servizi fotografici che forse intendevano propagandare l’immagine di una Roma senza alcun problema alimentare. 
Gli operatori ripresero i greggi e le piccole mandrie che attraversavano le piazze della città per essere portati al mattatoio, o  si aggirarono per i mercati rionali, fotografando banchi pieni di frutta, verdura e pollami. Una rappresentazione che stridente contrastava con le voci e le testimonianze che si levavano dalla popolazione a tratteggiare una realtà di continua fame, in una città in cui la distribuzione delle razioni alimentari sembrava sempre più divenire quantitativamente insufficiente, come veniva anche attestato nelle relazioni fiduciarie che riportavano il malcontento della popolazione e nei documenti del Ministero dell’Interno.
Una rappresentazione che certo non fotografava la realtà di quei vasti settori della popolazione che venivano gradualmente stritolati fra le disposizioni che aumentavano il prezzo del pane, la distribuzione ritardata della razione di pasta, le speculazioni crescenti dei borsari neri.
Ma questa, d’altronde, era una rappresentazione che ricordava la coreografia fotografica effettuata dal regime fascista durante i primi anni di guerra, quando i fotografi del Luce si aggirarono per Roma a riprendere l’allestimento dei vari orti di guerra, con l’intento di attestare la produttività dell’agricoltura italiana, di enfatizzare la mobilitazione della popolazione, e ricollegare la rappresentazione dell’Italia fascista come continuazione storica dell’antica Roma, in cui il cittadino era dipinto come guerriero e contadino veterano.
Al fine di negare la drammaticità economica e sociale del paese, sin dall’estate del 1941, il Luce aveva così iniziato a fotografare i vari orti di guerra che riempivano gli spazi pubblici delle città.
Gli operatori fotografarono gli orti di guerra di Villa Torlonia, nei giardini di San Giovanni, od ancora il 6 agosto del 1941 all’Università La Sapienza. In quest’ultimo caso, con l’ulteriore intento di propagandare l’impegno di tutta la società agli sforzi della guerra, gli operatori del Luce fotografarono alcune giovani studentesse sorridenti mentre raccoglievano delle patate nell’orto di guerra, impiantato nei giardini di fronte alla facoltà di «Fisiologia Generale».
Gli orti di guerra iniziarono a riempire sempre di più ogni angolo delle città, ed il Luce, nel febbraio del 1942, fotografò il loro allestimento a Villa Umberto, a San Giovanni in Laterano, lungo viale dell’Impero, al Colle Oppio, per poi riprendere nell’estate successiva, la popolazione intenta nelle varie fasi della lavorazione e della trebbiatura del grano in piazza del Popolo a Roma (4)
Ancora più surreali sembravano i servizi fotografici delle PK che riprendevano le tranquille passeggiate nelle città, le persone sedute sui bar ad ascoltare musica e sorseggiare tranquillamente aperitivi, od appoggiati sotto un sole primaverile a leggere le ultime notizie dei giornali, così contrastanti con la realtà di una città schiacciata dal coprifuoco e attonita dalla paura dell’invasore. Alcune fotografie sembrerebbero scattate a ricordo di una situazione privilegiata che vivevano i soldati, come nelle immagini che ritraevano lo spettacolo di una ballerina in un locale notturno frequentato dalle truppe tedesche. Ma forse, a tali immagini, era anche soggiacente il disegno politico di propagandare il messaggio di come soltanto gli anglo-americani violassero con i loro bombardamenti lo status di “città aperta” della capitale.
Immagini che certo sembrano assurde rispetto alla realtà di via Tasso 145, la caserma della Gestapo diretta dall’ufficiale Kappler, nel cui carcere durante i  mesi dell’occupazione nazista, furono rinchiusi e torturati civili e partigiani prima di essere deportati o fucilati a Forte Bravetta; rispetto alle continue torture perpetrate dall’aguzzino Koch (5) e dalla sua banda nella pensione Jaccarino, rispetto al numero di persone deportate, dal rastrellamento del ghetto ebraico a quello del Quadraro.
Una realtà che emerse agghiacciante oltre l’aspetto patinato delle fotografie di costume, quando dopo l’attentato partigiano in via Rasella, con cui fu annientata la 11° compagnia del terzo battaglione delle SS Polizei Regiment Bozen, le PK fotografarono il 23 marzo 1944 le fasi del rastrellamento, riprendendo un sottoufficiale del comando di Roma intento ad esaminare i resti della bomba, ma soprattutto immortalando i militari altoatesini del Polizei-Battaillon Bozen pattugliare la strada con le spalle al muro ed i fucili puntati alle finestre delle case.
Quelle case che furono crivellate di proiettili dai nazisti alla disperata ricerca di colpire gli esecutori dell’attentato. Una foga ed una voglia di vendetta che spinse i soldati ad arrestare chiunque passasse nei paraggi, prelevando dagli appartamenti e dai fabbricati da cui si pensava fosse stato sparato chiunque vi si trovasse in quell’istante, perquisendo abitazioni arrestando un gran numero di abitanti totalmente estranei al conflitto in atto. Una massa di arrestati, perseguiti, i cui volti compaiono in quelle fotografie, ritratti addosso alle mura di palazzo Pittoni, sotto lo sguardo vigile ed armato dei soldati.
E furono ancora le PK a fotografare le persone schierate davanti la cancellata del Palazzo Barberini, controllate a vista dai fucili spianati dei soldati del III battaglione del Polizei-Regiment Bozen e del battaglione Barbarigo della X Mas (6).  
Visi di persone che poi sarebbero stati sottoposti a strenuanti interrogatori condotti con sevizie e senza alcun rispetto della dignità umana, testimoniando l’inizio di una foga di rappresaglia che culminò con l’eccidio delle Fosse Ardeatine, in cui 335 italiani furono uccisi per soddisfare la voglia di vendetta di Hitler e del comando militare tedesco operante in Italia.
E se nessuna immagine è stata rinvenuta di quei drammatici momenti, se la strage fu condotta nella più assoluta segretezza, è senz’altro vivida nel suo dolore la testimonianza lasciata dal documentario Giorni di Gloria (7) relativa alla scoperta delle salme. Quelle immagini in bianco e nero a riprendere le ricerche degli scavatori nei cunicoli che i tedeschi avevano ostruito con le esplosioni dei genieri e con mucchi di immondizia per meglio occultare lo scempio da loro perpetrato. Quelle immagini a testimoniare il momento del ritrovamento di quei corpi ammassati in una lugubre piramide, sommersi dal terriccio causato dalle esplosioni, trasportati ormai irriconoscibili sopra i tavoli dove si sarebbe ricercato di ridonare loro quell’identità strappata dall’eccidio nazista. Visibili nelle immagini erano ancora le mani delle vittime legate con fili e corde dietro le schiene. E poi oggetti, soltanto oggetti appartenuti alle vittime, in molti casi unico legame possibile rimasto per donare un nome a quegli scheletri e teschi appartenenti a persone consumate dall’atrocità nazi-fascista. Orologi, frammenti di lettere, parole scritte per un ultimo addio od un’ultima preghiera, brandelli di stoffe, unico legame per effettuare un’identificazione altrimenti impossibile. Ed ancora le immagini strazianti del pianto e delle urla dei parenti, la disperazione dopo aver riconosciuto qualche caro fra i martiri delle Fosse Ardeatine. Ma anche il dolore composto di quei parenti che con la loro testimonianza raccontavano quelle giornate di smarrimento, quando non avevano notizie dei propri cari, e temevano quella sorte avversa che poi si sarebbe avverata. (8)
E dopo qualche mese avvenne la Liberazione della città, e furono questa volta gli operatori foto-cinematografici a seguito delle truppe americane (9) a riprendere i momenti di quelle giornate.
Gli operatori fotografarono i soldati all’ingresso di Porta Maggiore nella giornata del 5 giugno, per poi riprendere la popolazione festeggiare nelle vie della città, le ragazze sorridenti e le jeep americane con seduti sopra bambini e civili in festa. I fotografi ripresero un Altare della Patria gremito di soldati statunitensi accerchiati da una popolazione trepidante per la liberazione dai tedeschi. Nei giorni seguenti, gli operatori fotografarono le persone riunite in cerchio a leggere i giornali che annunciavano l’evento, come l’Avanti che recitava «Da Roma liberata un solo grido: Italia libera!» od il Tempo che annunciava «Le truppe anglo-americane sono entrate ieri a Roma». Ma soprattutto si aggirarono per la città a fotografare i soldati americani offrire cibo ai civili dalle proprie scatolette o mentre si apprestavano a curare una ragazza ferita, nel cui viso era ancora vivida un’espressione di timore. Ed anche nei mesi successivi, gli operatori americani cercarono, attraverso le proprie fotografie, di testimoniare le attenzioni e l’interesse che i soldati apprestavano alla popolazione romana, come nelle immagini che ritraevano la coda di persone accorrere per ricevere assistenza alimentare al Centro Cucina Popolare n.15; per poi produrre le immagini di una serena amicizia fra i soldati e le ragazze del luogo, come quelle fotografie che ritraevano soldati intenti a passeggiare serenamente per strade o a farsi accompagnare per i monumenti della città da quelle ragazze sorridenti che nelle didascalie venivano indicate come le «segnorine».
Una metodologia fotografica che pian piano pose le fondamenta nell’immaginario collettivo del mito del soldato americano liberatore. Emblematico esempio era l’immagine scattata nel centro di Roma, con un soldato americano sorridente in piedi sulla propria jeep a sorreggere un bambino, mentre le persone gremivano tutta via del Corso che si apriva sullo sfondo della fotografia, e visi esultanti salutavano e toccavano di gratitudine il soldato.  
Una ripresa fotografica che, riprendendo il corpo del soldato in primo piano, gli conferiva una presenza statuaria, innalzandolo al centro della fotografia e pertanto propagandando un messaggio di potenza, ma allo stesso tempo, ritraendolo intento a stringere e cullare al proprio petto un neonato, creava l’immagine degli Stati Uniti amici, protettori paterni dell’Italia. Un’immagine paterna e protettrice degli Stati Uniti nei confronti dell’Italia, che in molte crisi del dopoguerra, e tutt’oggi durante il conflitto iracheno, è stata spesso fatta risaltare dalle forze politiche intenzionate ad avallare le decisioni internazionali americane. Il soldato liberatore, il soldato protettore, che salvava la città dalla violenza nazista e donava carezze e cioccolato alla popolazione, la costruzione fotografica di un messaggio politico che sarebbe stato ricordato negli anni.
Ed infine venne il tempo della Roma dei processi che avrebbero condannato alcuni fascisti all’esecuzione capitale, come quelle avvenuta contro Caruso (10), o successivamente contro l’aguzzino Koch (11).
E furono ancora gli operatori americani a fotografare l’odio e la rabbia che tanti anni di dittatura fascista prima e occupazione nazista poi avevano creato negli animi della popolazione. Così possono essere lette quelle tremende fotografie che riprendevano la popolazione intenta a linciare Donato Carretta, direttore del carcere di Regina Coeli.  Fotografie che ritraevano il corpo di Carretta gettato nelle acque del Tevere, con la popolazione a fissare composta dai bordi del fiume il suo corpo cercare di tornare a galla ma sempre respinto da alcune persone che lo colpivano ripetutamente sulla testa con i remi di una barca,   a costringerlo ad affogare tramortito dentro il fiume,  prima di essere prelevato ormai senza più vita.
Ed anche il Luce, dopo aver fotografato la Liberazione di Venezia il 25 aprile, ritornò a Roma. Ma la sua attività fotografica oramai veniva sempre più messa in discussione dall’apertura concorrenziale di molte agenzie fotografiche. Il monopolio dell’immagine fotografica dettato dall’Istituto Luce oramai andava sempre più in frantumi. Sempre meno immagini furono prodotte, fin quando l’Istituto non sciolse definitivamente il servizio.
Ma proprio alcune delle ultime immagini prodotte dall’Istituto furono le fotografie che seguirono la seduta inaugurale della Costituente, riprendendo le varie personalità politiche che affluivano a Roma, per partecipare ai lavori di quell’assemblea che avrebbe dato una costituzione democratica all’Italia repubblicana.

Breve Bibliografia

Chabod Federico, L’Italia contemporanea (1918-1948), Torino, Einaudi, 1961.
Colarizi Simona, L’opinione degli italiani sotto il regime (1929-1943), Roma-Bari, Editori Laterza, 1991.
De Luna Giovanni, Mignemi Adolfo (a cura di), Storia fotografica della Repubblica sociale italiana, Torino, Bollati Boringhieri, 1997.
Griner Massimiliano, La “banda” Koch. Il Reparto Speciale di Polizia, Torino, Bollati Boringhieri, 2000.
Insolera Italo, Roma fascista nelle fotografie dell’Istituto Luce, Roma, Editori Riuniti, 2002.
Katz Robert, Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine, Roma, Editori Riuniti, 1996.

Lualdi Aldo, La banda Koch. Gli anni bui della Repubblica di Salò, in Storia Illustrata, Anno XVI, N.171, Febbraio 1972, pag.86-98.
Lualdi Aldo, La banda Koch. Un aguzzino al servizio del regime, Milano, Bompiani, 1972.
Mannucci Stefano, Luce sulla guerra. La fotografia di guerra tra propaganda e realtà. 1940-45, Roma, 2010
Mignemi Adolfo, Storia fotografica della Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1995.
Mignemi Adolfo, La seconda guerra mondiale (1940-1945), Roma, Editori Riuniti, 2000.
Olla Roberto, Combat film, Roma, RAI-ERI, 1997.
Troisio Armando, Roma sotto il terrore nazi-fascista, Roma, Mondini, 1944.

Note:

(1) Agli occhi della popolazione romana, durante i mesi dell’occupazione tedesca, Pio XII apparve come il «defensor urbis», e la Chiesa acquisì un prestigio che avrebbe assunto un peso decisivo nelle vicende politiche del dopoguerra. A tal proposito, vedi Chabod F., L‟Italia contemporanea, pp. 124-125.
(2) Furono circa  3.500.000 le fotografie di guerra scattate dalle PK sui vari fronti, nelle retrovie o nei paesi occupati dalle truppe tedesche, fra il 1939 ed il 1945. Per l’archiviazione di tali fotografie esistono tre fondi: il Bild 101 I, che raccoglie le fotografie scattate dalle compagnie di propaganda dell’esercito e dell’aviazione; il Bild 101 II, che raccoglie quelle provenienti dalla marina; il Bild 101 III, che infine detiene la produzione delle compagnie di propaganda della Waffen-SS. A causa delle ingenti perdite subite durante la guerra e nel dopoguerra, il fondo Blind 101, conservato a Coblenza, è composto oggi da circa 1.100.000 fotografie restituite dagli Stati Uniti al Bundesarchiv nel 1962.
(3) De Luna Giovanni, Mignemi Adolfo (a cura di), Storia fotografica della Repubblica sociale italiana, Torino, Bollati Boringhieri, 1997.
(4) Identica rappresentazione fotografica fu effettuata nella città di Milano, dove gli operatori del Luce ed i fotografi privati della Publifoto, ripresero spesso i lavori di trebbiatura del grano negli orti di guerra sistemati nel centro della città ed all’ombra del Duomo. Vedi Stefano Mannucci, Luce sulla guerra. La fotografia di guerra tra propaganda e realtà. Italia 1940-45.
(5) Per le violenze commesse da Pietro Koch e la sua banda durante il periodo della loro permanenza a Roma, vedi Griner Massimiliano, La “banda” Koch. Il Reparto Speciale di Polizia, Torino, Bollati Boringhieri, 2000; Lualdi Aldo, La banda Koch. Un aguzzino al servizio del regime, Milano, Bompiani, 1972.
(6) Per uno studio sistematico sugli avvenimenti di quei giorni a Roma, concernente sia la dinamica dell’attentato di via Rasella sia le violenze nazi-fasciste, vedi Troisio A., Roma sotto il terrore nazi-fascista e Katz R., Morte a Roma.
(7) Vedi Giorni di gloria, regia di Luchino Visconti, Marcello Pagliero, Giuseppe De Santis, Mario Serandrei. Produzione Titanus, ANPI, 1945.
(8) Vedi Mannucci Stefano, Luce sulla guerra, op. cit.
(9) Vedi Olla Roberto, Combat film, Roma, RAI-ERI, 1997.
(10) Per le immagini relative a Caruso vedi ancora Giorni di Gloria.
(11) Le fotografie del processo e della fucilazione di Koch sono state pubblicate con l’articolo Lualdi Aldo, La banda Koch. Gli anni bui della Repubblica di Salò, in Storia Illustrata, Anno XVI, N.171, Febbraio 1972, pag.86-98.

Originariamente pubblicato sul portale Storia XXI Secolo

martedì 19 luglio 2016

Memoria del bombardamento del 19 luglio 1943



Le prime bombe su Roma iniziarono a cadere nella mattina del 19 luglio.
I primi edifici ad essere colpiti furono gli edifici di Medicina Clinica all’interno del complesso universitario.
Le esplosioni si susseguirono, devastando edifici universitari ed abitazioni civili.
«Ondata dopo ondata, i duecentosettanta bombardieri alleati stavano polverizzando i quartieri meridionali di Roma da un’altitudine “di venti angeli” – ventimila piedi, secondo il linguaggio del Corpo d’armata aereo americano – e fuori della portata della contraerea italiana». (Katz Robert, Roma città aperta. Settembre 1943-giugno 1944).
L’ospedale del Policnico si riempì «con l’arrivo di feriti e moribondi, centinaia di vittime in preda a emorragie causate dalle bombe, uomini, donne e bambini, che poco prima giocavano nelle strade del quartiere proletario di San Lorenzo». (Katz Robert, op. cit.)
L’obiettivo dell’attacco aereo era lo scalo di smistamento ferroviario nel quartiere di San Lorenzo.
Il giorno stesso, gli alleati stilarono un rapporto di valutazione dei danni, in cui si asseriva che «la missione si era rivelata un intervento chirurgico perfettamente riuscito» e senza danni «rilevati nella città stessa se non per pochi edifici nelle immediate vicinanze dello scalo di San Lorenzo». Ma come ha ricordato Katz, «le “immediate vicinanze” erano tuttavia una delle zone residenziali più popolose della città, e nei “pochi edifici” morirono oltre mille romani, mentre migliaia furono i feriti». (Katz Robert, op. cit.)
«Me ne vado verso casa nostra e in mezzo alle macerie ci sta un silenzio che fa impressione. Un silenzio che ha sotterrato San Lorenzo con tutto il camposanto. Che ha impastato le case e le lapidi in una sola maceria silenziosa, che ha azzittato i vivi e i morti. La gente sta tutta in mezzo alla strada e nel mentre che me ne vado verso il palazzo mio passo su via dei Reti dove c’è il carcere minorile. Pare che le guardie so’ scappate senza manco aprì le celle dei ragazzini reclusi, mentre a via dei Sabelli so’ un’ottantina i morti dell’orfanotrofio. […] Io, intanto, che è finito il bombardamento… giro… giro… ma non trovo più il palazzo nostro. Per mezz’ora me ne vado avanti e indietro dalle mura che tengo di riferimento e poi mi accorgo che ci sto camminando sopra». (Celestini Ascanio, Storie di uno scemo di guerra)
Gli operatori dell’Istituto Luce documentarono i danni dei bombardamenti lungo viale Regina Margherita, fotografando i tram divelti, gli edifici colpiti quali l’Istituto di Sanità e la facoltà di Chimica situata all’interno della Città Universitaria.
I fotografi si aggirarono poi a riprendere le abitazioni distrutte nel quartiere San Lorenzo o lungo via Tiburtina. Gli operatori del Reparto Guerra entrarono anche nel cimitero del Verano, a fotografare le tombe dan¬neggiate, riprendendo in primo piano la lapide della famiglia Pacelli, con i vasi per fiori sparsi sul terreno.
Anche il bombardamento della Basilica di San Lorenzo fu documentato, attraverso immagini scattate sia dall’esterno, a riprendere il portico e la facciata completamente distrutta, sia all’interno dello stesso edificio.
Gli operatori fotografarono un frate che si aggirava sperduto fra le panche divelte e le colonne abbattute, prima di ritrarre la principessa di Piemonte Maria Josè tra le macerie, arrivata sul luogo a constatare i danni.
Lo stesso giorno del bombardamento, il Minculpop dispose a tutti i giornali di Roma, di dedicare un’intera pagina «all’illustrazione storica, religiosa ed artistica della Basilica», ordinando loro di pubblicare le fotografie scattate dall’Istituto Luce, soprattutto quelle che documentavano «la facciata prima e dopo il bombardamento e con l’interno – riferentesi alla Basilica di S. Lorenzo e agli edifici colpiti dell’Università».
Ma l’icona di quella dolorosa giornata, rimase la fotografia con cui gli operatori dell’Istituto Luce ritraevano Pio XII a braccia aperte nel gesto di abbracciare e benedire la popolazione romana dopo i bombardamenti.
Per anni, quella fotografia fu assunta a simbolo di quella giornata, e diffusa con didascalie che appunto indicavano come la scena fosse stata ritratta nel quartiere di San Lorenzo di Roma.
Ma in realtà, la fotografia in questione fu scattata davanti alla Basilica di San Giovanni in Laterano, ed era l’ultima fotografia di un’unica serie, realizzata probabilmente dopo il secondo bombardamento di Roma, avvenuto nella mattina del 13 agosto 1943, durante la visita che il pontefice effettuò a San Giovanni prima di recarsi nei quartieri colpiti.
I fotografi testimoniarono l’arrivo in macchina del pontefice nella piazza; poi ripresero Pio XII mentre camminava in mezzo «alla folla davanti alla Basilica di San Giovanni in Laterano»; infine lo fotografarono mentre, con le mani giunte, si concentrava in una preghiera circondato «dalla popolazione romana vittima dei bombardamenti».
I fotografi seguirono il pontefice avviarsi verso la propria automobile, e prima di accingersi a salire per partire via, Pio XII si voltò ancora una volta verso la popolazione, sollevando una mano in segno di benedizione, per poi aprire le braccia verso le persone che si stringevano a lui.
E fu in quel momento, che gli operatori dell’Istituto Luce scattarono la celebre fotografia che per anni sarebbe stata diffusa con l’errata didascalia.
Molti indizi confermano come la fotografia non fosse stata scattata nel quartiere di San Lorenzo.
Innanzitutto, le persone ritratte nella fotografia avevano i vestiti puliti e non presentavano alcuna ferita; mentre diversi testimoni ricordarono come, dopo il bombardamento, gli abitanti del quartiere di San Lorenzo avessero gli abiti bianchi dalla polvere e dai calcinaci, ed i volti stravolti dal terrore e dalla fatica.
Inoltre, gli stessi visi che osservavano Pio XII, mentre apriva le braccia, erano riconoscibili in molte altre fotografie scattate a San Giovanni, a testimoniare in maniera inequivocabile come anche quella fotografia appartenesse al medesimo servizio fotografico (Mannucci Stefano. Luce sulla guerra. La fotografia di guerra tra propaganda e realtà. Italia 1940-45).
Pur essendo difficile appurare la causa che ha generato l’errore nella diffusione della fotografia, il messaggio contenutovi ha rivestito una notevole importanza nella costruzione dell’immagine di Pio XII all’interno della memoria storica della nazione, non soltanto nella rappresentazione degli anni di guerra, ma influenzando anche l’opinione pubblica nella discussione politica che animò i primi anni del dopoguerra.

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mercoledì 13 luglio 2016

La Grande Guerra fotografata

Gibelli ha giustamente notato come la Grande Guerra appaia sempre più «il grande spartiacque del nostro tempo, specialmente per quanto concerne la trasformazione delle strutture mentali, le forme della percezione e della comunicazione (1).»  Anche se spesso la rappresentazione iconografica ufficiale del conflitto mantenne dei tratti similari alle produzioni belliche precedenti, è giusto tuttavia notare come la guerra abbia amplificato e socializzato «la rivoluzione delle comunicazioni che si è compiuta fra Otto e Novecento. La guerra serializza e estende a milioni di uomini il nuovo modo di vedere, sentire, comunicare.» Tutte le grandi nazioni che parteciparono al conflitto crearono appositi servizi fotografici all’interno del proprio esercito. Se la Francia costituì la Section Photographique de l’Armée (2), ed in Gran Bretagna fu istituito il British Official Photo, anche all’interno dell’esercito italiano (3) furono organizzati i Servizi Fotografici che avrebbero dovuto effettuare la rappresentazione del conflitto in atto. Nel maggio 1915, in base alla ricostruzione effettuata da Della Volpe (4) esistevano all’interno dell’esercito italiano le seguenti squadre fotografiche:
«-1ª Squadra fotografica da campagna, comandata dal capitano Antilli, con sede ad Udine e a disposizione del Comando Supremo;
- 2ª Squadra fotografica da campagna, comandata dal sottotenente Gastaldi, con sede a Tricesimo e a disposizione della 2ª Armata;
- 3ª Squadra fotografica da campagna, comandata dal capitano Lancellotti, con sede a Cervignano e a disposizione della 3ª Armata.»  
Ogni squadra aveva a sua disposizione un’autovettura, ed era composta dall’ufficiale comandante, da tre fotografi, da un conduttore e da un meccanico. Come attrezzatura fotografica, le squadre erano dotate di macchine formato 13x18 e 18x24, oltre ad alcune camere a mano di formato minore. Il loro compito era di effettuare le ricognizioni panoramiche del terreno, oltre alla documentazione delle operazioni militari per fini prettamente storici. Oltre alle suddette squadre, furono mobilitate «4 squadre telefotografiche da montagna di cui due, la 1ª e la 2ª, erano rispettivamente a Verona (a disposizione della 1ª Armata) e a Tolmezzo (a disposizione del Comando Zona Carnia).» Le squadre erano someggiate ed erano composte da un ufficiale, tre fotografi, cinque soldati alpini e cinque muli. Come attrezzatura tecnica le squadre disponevano di un apparato telefotografico 24x30, di una camera a mano 13x18, di una tenda attrezzata a camera oscura. Come compito operativo le squadre dovevano operare la visualizzazione nelle zone alpine di fortificazioni e opere campali. Ulteriori squadre fotografiche furono assegnate «ai parchi di assedio del Genio, composte da due militari fotografi con macchine 13x18 e 18x24 e materiali di sviluppo e stampa»; mentre altro materiale e personale fu destinato alle Sezioni Aerostatiche, ai Dirigibili, ai Gruppi e alle Squadriglie.
Della Volpe ha precisato anche come presso «ogni Comando di Gruppo di Squadriglia venne costituito un laboratorio fotografico campale con personale (un capo operaio borghese e tre militari di truppa fotografi) e materiali forniti dalla Squadra fotografica del Comando Supremo, diventata Sezione, allo scopo di avere il più rapidamente possibile le fotografie eseguite durante le ricognizioni aeree. Le squadriglie furono dotate dalla Sezione di Udine di macchine fotografiche ripetizione e a mano. La sorveglianza tecnica sul funzionamento dei lavoratori fu affidata al capitano Antilli e al capo tecnico Moretti.» Successivamente, nel corso del 1917, furono apportate alcune modifiche che portò l’organico alla seguente distribuzione:
«1ª squadra fotografica da campagna – 3ª Armata;
 2ª squadra fotografica da campagna – Zona Gorizia;
 3ª squadra fotografica da montagna – 2ª Armata;
 4ª squadra fotografica da montagna – 1ª Armata;
 5ª squadra fotografica da montagna – Albania;
 6ª squadra fotografica da montagna – 4ª Armata;
 7ª squadra fotografica da campagna – Macedonia;
          8ª squadra fotografica da campagna – 6ª Armata (5).»
Una nuova ristrutturazione avvenne nel 1918, che ripartì il servizio in tale maniera:
«La Sezione fotografica del Comando Supremo di Udine prese la denominazione di Direzione del Servizio Fotografico, perché fossero chiare ed inequivocabili le sue funzioni direttive; fu composta da tre ufficiali, 20 fra sottoufficiali, capi operai, militari fotografi e personale vario, ed aveva a disposizione un’autovettura ed una bicicletta. L’appellativo di squadra fotografica fu dato ai nuclei che operavano presso unità minori, mentre squadre già esistenti e assegnate alle armate e alle grandi unità autonome cambiarono la denominazione in quella di sezione.
Fu unificata la composizione delle nuove sezioni fotografiche da campagna e da montagna (1 ufficiale comandante, 12 fra sottoufficiali, capi operai, militari fotografi, dotati di un’autovettura ed una bicicletta) e delle squadre (1 sottoufficiale, 1 graduato fotografo, 2 soldati aiutanti fotografi).
Fu anche definita la composizione del Magazzino Avanzato di Udine (2 ufficiali, 16 fra sottoufficiale e militari con qualifiche varie, dotati di un autocarro e di una bicicletta), mentre i laboratori dei Gruppi e delle Squadriglie, al termine delle ostilità, risultarono essere ben trentasette.
Il servizio, in complesso risultò così ripartito:
- Direzione del Servizio Fotografico con Magazzino avanzato dipendente dal Comando Superiore di Aeronautica del Comando Supremo;
- Servizio Fotografico Terrestre, costituito dalle sezioni e dalle squadre fotografiche, con dipendenza tecnica dalla Direzione del Servizio e dipendenza di impiego dalle Grandi Unità;
- Servizio Fotografico Aereo costituito dai laboratori fotografici di aviazione (dei gruppi e delle squadriglie) con dipendenza tecnica e di impiego dalla Direzione del Servizio.
I rifornimenti di tutti i materiali (macchine fotografiche, accessori, materiale di sviluppo e stampa) avvenivano tramite il Magazzino Avanzato.»
Finita la guerra circa seicento fotografi militari avevano così prestato la loro opera effettuando 150.000 negativi di riprese effettuate utilizzando 291 camere di vario tipo.
Per quanto concerne la censura sulla produzione fotografica, essa era demandata all’Ufficio Stampa e Propaganda del Comando Supremo, presso il quale era stato costituito l’apposito Ufficio Censura militare.
L’Ufficio Stampa era stato istituito nel gennaio del 1916, ed aveva come propulsori «il tenente Ugo Ojetti e il colonnello Eugenio Barbarich, che dal maggio 1916 al gennaio 1918 fu uno degli artefici dello sviluppo della propaganda (6).»
I compiti principali dell’Ufficio Stampa erano i rapporti con la stampa, la divulgazione delle fotografie, e la censura sia sulle corrispondenze sia sulle fotografie. Dopo la riorganizzazione del mese gi giugno, proposta dallo stesso Barbarich, l’istituto risultava così articolato:
«- Ufficio Stampa: provvedeva alle direttive, ai rapporti con la stampa italiana ed estera, alla censura degli articoli, alla rappresentanza in occasione di visite di missioni italiane, alleate e neutrali.
- Reparto Fotografico: espletava il servizio di segreteria, di propaganda a mezzo dell’immagini, di fotografia e di censura fotografica; si occupava delle conferenze a scopi propagandistici; inviava i propri fotografi al fronte (tra essi Aldo Molinari). Era diretto da Ojetti.
- Stabilimento Fotografico Revedin: si occupava dello sviluppo e della stampa delle fotografie di guerra; disponeva inoltre di propri fotografi.»
Nel 1917, l’Ufficio Stampa fu riordinato su un servizio stampa, un laboratorio fotografico ed una sezione cinematografica. Il laboratorio fotografico deteneva il compito di fornire «fotografie per la stampa e diapositive per illustrare conferenze, partecipava ad esposizioni e mostre in Italia e all’estero, produceva schizzi, cartine, disegni della guerra, cedeva negativi a ditte private per la riproduzione di cartoline di propaganda (7).»
Nel luglio del 1917, infine, il Comando supremo sulla fotografia in guerra aveva predisposto alcune norme per effettuare un preventivo controllo capillare della produzione fotografica. Le norme, fra l’altro, prevedevano il rispetto dei seguenti obblighi: «Delle fotografie dovranno essere presentati alla Censura tre esemplari, bene riusciti, con la precisa dicitura del titolo che sarà apposto per la pubblicazione, esibizione, esposizione, vendita o distribuzione. Due esemplari saranno trattenuti dalla Censura militare, il terzo (…) restituito.»
Sempre Della Volpe ha notato come fosse stato minimo il numero di fotografie censurate, e fra i soggetti che vennero censurati vi erano «obiettivi di interesse militare, pose estremamente raccapriccianti di caduti, immagini in cui comparivano militari in uniformi eccessivamente dimesse; soggetti,cioè, che potevano avere risvolti informativi e propagandistici deleteri (8).» Andando ad analizzare la produzione dei citati Servizi Fotografici (9), non è sbagliato sostenere come la fotografia, per certi versi, tendesse a negare l’esperienza traumatica che tale conflitto rappresentò per molti soldati. Durante il conflitto, la fotografia fu innanzitutto utilizzata per fini strettamente militari, essendo oramai stata riconosciuta un valido strumento operativo per la ricognizione del terreno e l’individuazione degli obiettivi strategici. 
Gli operatori dei Servizi Fotografici effettuarono spesso rilevamenti fotografici per documentare gli assetti dei territori che sarebbero divenuti obiettivi militari. Le sezioni fotografiche ufficiali cercavano, inoltre, di tralasciare i feriti gravi ed i cadaveri italiani, per concentrarsi sulle rovine, sulle macerie, perpetuando una tradizione iconografica che, dal Risorgimento ed attraverso la Prima Guerra Mondiale, si sarebbe perpetuata anche durante la Seconda Guerra Mondiale, per essere raccolta anche dallo stesso Istituto Luce. La fotografia ufficiale tendeva sempre a negare la drammaticità della morte in guerra. Tutt’al più, il soldato caduto, veniva immortalato in pose che tendevano a celare l’atrocità della morte sotto una patina di patriottismo che celebrava il sacrificio dell’uomo per il bene della nazione. I morti così, se non venivano occultati, erano fotografati in scene che simbolizzassero la morte nel legame del caduto con la propria patria natia, come nelle immagini che ritraevano il corpo del caduto steso placidamente in un prato e con il volto coperto dalla bandiera italiana. I Servizi Fotografici rappresentarono la guerra in trincea, esaltandone soprattutto il carattere di socialità ed il momento del cameratismo nelle truppe, riprendendo i soldati intenti a scrivere le lettere ai propri cari o a leggere la posta recapitata. Analizzando inoltre la produzione propagandistica di quegli anni di guerra, risalta spesso come la fotografia a la pittura si divisero i ruoli all’interno della rappresentazione iconografica del conflitto mondiale. Per certi versi, questa divisione di ruoli nella visualizzazione degli eventi, rappresentò il persistere di precedenti tradizioni iconografiche. 
Se la fotografia celebrò la serenità e la tranquillità della vita di guerra, alla pittura ed al disegno ancora una volta fu assegnato il ruolo della trasfigurazione eroica del conflitto in atto. Basta osservare alcune copertine delle riviste dell’epoca, con quei soldati disegnati nell’atto di lanciarsi dalle trincee contro il fuoco nemico, impavidi e pronti a sacrificarsi per la patria. La fotografia, a volte, rappresentava lo sfondo che doveva donare l’aderenza veritiera ai particolari eroici dipintivi sopra, ergendosi al ruolo della testimonianza che doveva rendere credibile la realtà manipolata dal disegno. Come quelle fotografie pubblicate sulla copertina dell’Illustrazione Italiana del luglio 1915, sulle quali i disegnatori aggiunsero a mano gli scoppi delle granate per rendere appunto più coraggiose le azioni dei soldati. Durante gli anni del conflitto, lo stato italiano, come d’altronde quasi tutti gli altri paesi belligeranti, preparò manifesti e cartoline per incitare gli animi della popolazione a resistere ai sacrifici necessari per la vittoria, e sensibilizzare così l’opinione pubblica al sostegno finanziario della guerra. Le forme iconografiche potevano variare dalla denigrazione dell’avversario ad un’esaltazione della drammaticità del momento. 
Se infatti la fotografia tendeva a negare le sofferenze del soldato, nei manifesti politici (10) e nelle cartoline invece spesso il dolore del lutto fu strumentalizzato per scuotere i sentimenti dei cittadini e spingerli a finanziare i prestiti emessi per sovvenzionare la produzione industriale, attraverso una propaganda che invitava a sottoscrivere i prestiti nazionali necessari a compensare gli sforzi economici che l’apparato bellico andava costituendo. Così era in quei manifesti e cartoline che raffiguravano due figli abbracciarsi, il viso e gli occhi tristi dal lutto, e sopra i loro corpi era disteso un foglio bianco con sopra scritto «Nostro padre ha dato la vita. Voi non negherete il denaro. Sottoscrivete!» Altre volte i manifesti raffiguravano scene dal fronte. Ecco allora soldati disegnati di spalle intenti a marciare nella neve, diretti verso le vette della montagna, a scrivere con le proprie orme nella neve l’ordine «sottoscrivete». Ecco un soldato intento a strozzare il nemico durante un scontro in trincea, e sotto il disegno vi era imponente la scritta «Fuori i barbari! Per la vittoria sottoscrivete al prestito.» Un soldato incidere sulla parete si una montagna l’ordine di sottoscrivere, od un altro appoggiato sopra un albero ed intento a sparare, e sotto scritta la frase «Ogni colpo è un passo verso la pace; se avete fretta di raggiungerla, sottoscrivete al Prestito Nazionale.» Od ancora un soldato ergersi statuario dalla trincea, dietro di lui fiamme e ombre di combattimento, una mano nel fucile e l’altra diretta ad indicare l’osservatore, a pronunciargli l’invito diretto: «Fate tutti il vostro dovere! Sottoscrivete il prestito. Credito Italiano (11).»
Ritornando alla rappresentazione fotografica della guerra, oltre alla stampa illustrata, le immagini della guerra furono affidate dal Comando Supremo (12) alla casa editrice dei fratelli Treves per pubblicare e diffondere in Italia l’opera La Guerra (13), composta di diciotto volumi, che uscì a dispense nelle librerie nazionali al costo di tre lire a fascicolo nella versione di lusso e al costo di 0,60 lire per i fascicoli in versione economica prodotti dal 1917. Ogni numero era dedicato ad una specifica battaglia del conflitto, ed oltre ad essere illustrato da carte militari e corredato da didascalie a più lingue, era composto anche dalle fotografie del Reparto Fotografico del Regio Esercito. Per quanto riguarda il contenuto delle fotografie, esse riprendevano le tematiche ufficiali della rappresentazione della guerra. Pertanto nulle erano le immagini dei soldati italiani caduti, semmai vi si potevano trovare alcune fotografie che intendevano attestare i soccorsi portati ai feriti. L’opera rientrava appieno nelle aspettative della propaganda, celebrando con le proprie immagini la preparazione e l’esemplare organizzazione dell’esercito italiano. Le fotografie riprendevano i soldati italiani durante le corvèe, gli alpini sulle cime innevate, le vedette, le postazioni dell’artiglieria, le costruzioni delle strade, i reticolati. Innumerevoli erano le fotografie panoramiche, con frequenti inquadrature di vallate e monti, che trasfiguravano lo scenario da guerra in paesaggi da cartolina. Ma oltre alle Sezioni Fotografiche dell’Esercito Italiano, durante il conflitto, molti soldati si cimentarono a impressionare sul rullino le proprie immagini di guerra, per poi recapitarle ai propri familiari, tramite la posta o riportandole di persona al proprio ritorno o durante qualche licenza. La produzione di macchine fotografiche economiche o di peso leggero,  e lo sviluppo della loro commercializzazione avvenuto negli anni precedenti, ampliò lo sguardo fotografico sulla guerra in atto. La guerra narrata dalla fotografia divenne, così, una storia in cui il confine fra pubblico e privato sfumava in continuazione, per essere inserito in tutto inglobante.
«Ogni ufficiale e marinaio dovrebbe provvedersi dell’apparecchio fotografico VEST POCKET KODAK. Dato il suo piccolo formato e minimo peso può essere comodamente portato in una tasca della divisa senz’alcun disturbo. Formato delle negative 4X6 cm. Dimensioni 25X60X120 mm. Peso 260 grammi», era scritto in una pubblicità della Kodak Società Anonima all’inizio della Prima Guerra Mondiale, per sponsorizzare presso i soldati l’acquisto della propria macchina fotografica. Il prezzo era indicato in «£ .40 per la Vest Pocket Kodak con borsa», ed in  «£. 69 con obb. Kodak Anastigmat».
Spesso erano soprattutto gli ufficiali a cimentarsi con più praticità con la fotografia, essendo stata la fotografia, fino ad allora, un apparecchio il cui costo non era accessibile a tutte le classi sociali. Nella rappresentazione fotografica dei soldati, alcune tematiche riprendevano il racconto visivo ufficiale, producendo immagini che si accostavano ai messaggi della propaganda come se essa fosse stata interamente interiorizzata dalle truppe. I momenti di tregua, trascorsi nel riposo o nello svago, erano le immagini che i soldati fotografi producevano con lo scopo di inviarli ai propri familiari e rassicurarli sul proprio stato fisico. Si preferiva spesso lasciarsi fotografare nella quiete della natura, ritratti in immagini di paesaggi che rendevano la guerra simile ad una gita domenicale. La morte e le privazioni sembravano lontane dal corpo del soldato, che incolume si lasciava ritrarre intento a scrivere la posta o a parlare con i commilitoni.
Ma i fotografi soldati, spesso, produssero un’immagine più reale della propria percezione del conflitto, raccontando e fissando sulla pellicola l’immagine dell’esperienza traumatica che per molti di loro la guerra assunse. Nonostante i divieti e la censura, infatti, la fotografia testimoniò le terribili condizioni igieniche in cui riversavano spesso i soldati nelle trincee. «Caccia grossa» era così il titolo scritto a mano su una fotografia che riprendeva i soldati italiani innalzare cumuli di topi a testimoniare lo stato in cui erano abbandonati i soldati. Od ancora, sempre in alcune immagini delle trincee, le divise dei soldati neanche si riuscivano a distinguere dal fango in cui erano immersi. Diversa era anche la rappresentazione della morte in guerra effettuata dagli stessi soldati. Molte erano le motivazioni che portavano i soldati a riprendere cruenti scene di morte, i caduti in trincea, le fucilazioni o le impiccagioni di massa. Alcuni soldati scattavano queste fotografie per poter serbare un ricordo, anche se macabro, del conflitto, da divulgare poi fra gli amici e mostrare come testimonianza visiva dei propri racconti di guerra. Ma non tutti i soldati mostravano al loro ritorno queste drammatiche immagini. Anch’essi a volte tendevano a celare ai propri familiari l’atrocità della guerra, per evitare che essi stessero troppo in pensiero per la loro sorte. Essi così tendevano ad avallare la versione ufficiale della propaganda, per un fine più prettamente personale che politico, ma che comunque esaltava la tranquillità della guerra ed il cameratismo fra le truppe. Le fotografie di morti, inoltre, raramente venivano pubblicate sui giornali, ed a volte non erano neanche sottoposte al vaglio della censura, assumendo appunto un uso ed un carattere prettamente personale. Simili immagini, tuttavia, anche se non erano mai state effettuate dai soldati per testimoniare e denunciare le atrocità della guerra, furono in ogni caso utilizzate per produrre alcuni dei più importati film antimilitaristi dell’epoca (14). E furono proprio queste fotografie ad essere utilizzate nel 1924 da Ernst Friedrich nel suo libro Guerra alla Guerra. Friedrich raccolse nel libro le immagini più crude e drammatiche della guerra,  corredandole con didascalie in italiano, francese, tedesco ed inglese. Friedrich  utilizzava le fotografie di morte non soltanto per denunciare l’orrore della guerra ma anche per attaccare l’ipocrisia della propaganda bellicista. A tal fine, nel libro vi era sempre una contrapposizione presente fra le immagini della propaganda e quelle della realtà, pubblicando sulla «pagina destra una scena edificante, una sfilata in pompa magna, la foto di un soldato sorridente, un’arma moderna e micidiale come il carro armato; sulla pagina di sinistra gli stessi soldati che sfilavano gloriosi morti nel fango, il milite sorridente trasformato in un troncone informe, l’equipaggio di un tank dilaniato (15). ». Od ancora sulla destra era pubblicata una fotografia di generali seduti a banchettare sorridenti ad un tavolino, mentre sulla sinistra appariva un soldato con il corpo rivolto e straziato sul ciglio di una trincea. Altre volte, per denunciare l’ipocrisia dei politici e dei giornalisti che idealizzavano il mito della bellezza della guerra, Friedrich accostava alle fotografie le frasi di propaganda dei governi in guerra. «L'imperatore Guglielmo II: "Vi guiderò verso tempi gloriosi"» era riportato sotto una  fotografia che ritraeva scheletri di volti abbandonati nel terreno. Sotto altre immagini drammatiche era stato apposto invece il rapporto dell'esercito che concludeva «niente di nuovo sul fronte.»
Le pagine del libro erano riempite interamente da immagini di fosse comuni, corpi dilaniati nelle trincee, stravolti dallo scoppio delle mine o dall’uso dei gas, cadaveri nudi in stato di putrefazione, città distrutte dalla guerra, per poi riportare un’innumerevole serie di fotografie che testimoniavano le impiccagioni pubbliche e le fucilazioni. Il libro terminava con un serie di fotografie che intendeva rappresentare il vero volto della guerra, oltre il velo d’ipocrisia tessuto dai governi. Si trattava di ritratti fotografici di soldati sfigurati. Terribili fotografie composte da primi piani di visi che testimoniavano le orribili mutilazioni subite dai soldati. Con queste  crude immagini Friedrich voleva sensibilizzare gli animi della popolazione per creare un forte sentimento pacifista. Con tale intento, egli si impegnò anche ad aprire un Museo Antiguerra a Berlino. Ma nel marzo del 1933 il museo fu interamente distrutto (16), ed al suo posto fu costruita una sede del partito nazista. Altri sentimenti orami agitavano l’Europa del dopoguerra, sentimenti che avrebbero portato ad una nuova guerra mondiale che avrebbe sconvolto ancora di più le vite delle persone.

Bibliografia Minima

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Note:

 (1) Vedi Gibelli A., Luci, voci, fili sul fronte: la Grande Guerra e il mutamento della percezione, in Ortoleva P, Ottaviano C. (a cura di), Guerra e mass media, pag. 49. Vedi anche Gibelli A., L’officina della guerra.
(2) Per un esempio di volumi editi con le immagini della Section Photographique de l’Armée vedi La France d'aujourd'hui e Le sang n'est pas de l'eauPer uno studio relativo alla pubblicazione delle fotografie della guerra sulle riviste francesi vedi Viaggio S., Tomassini L., Beurier J., Soldati fotografi. Fotografie della Grande Guerra sulle pagine di «Le Miroir».
(3) La costituzione di servizi fotografici all'interno dell’esercito italiano era già avvenuta durante la guerra italo-turca del 1911-12. La documentazione del conflitto, infatti, era stata all'epoca affidata ad una Sezione Fotografica militare, che disponeva di squadre operanti a Tripoli, Bengasi e Zuara. Le sezioni fotografiche, oltre a produrre istantanee di carattere operativo e tattico, utilizzarono anche dirigibili, aerostati ed aeroplani Blériot e Nieuport per effettuare rilevamenti di terreni e fornire dati precisi ed immagini dei dispositivi degli avversari. Vedi Del Boca A., Labanca N., L’impero africano del fascismo nelle fotografie dell’Istituto Luce, pag. 9.
(4)  Vedi Della Volpe N., Fotografie Militari, pag. 125-126
(5) Vedi Della Volpe N., Fotografie Militari, pag. 125-126  
(6)  Vedi Della Volpe N., Esercito e propaganda nella Grande Guerra, pag. 16.
(7) Vedi Della Volpe N., Esercito e propaganda nella Grande Guerra, pag. 24.
(8) Vedi Della Volpe N., Esercito e propaganda nella Grande Guerra, pag. 266.
(9)  Nel 1933 fu edita la seconda edizione di un catalogo per la vendita delle fotografie di guerra prodotte dai Servizio Fotografico. I trenta capitoli in cui erano raggruppati i soggetti erano: artiglieria, armi varie, aviazione, baraccamenti, cimiteri e tombe di guerra, città paesi e fabbricati, chiese, colombi viaggiatori e cani da guerra, dirigibili e aerostati, monumenti, opere d’arte e reliquie, esercitazione ed esperimenti, forti, lavori di difesa, di mina e di galleria, località, paesi distrutti e danni, panorami, personaggi e gruppi, ponti, prigionieri, marina, riviste e cerimonie, servizio fotografico, servizio sanitario, servizi vari del genio, strade e ferrovie, sussistenza e rifornimenti vari, teleferiche, trincee camminamenti e ricoveri, visioni varie.
(10) Per una galleria di alcune cartoline e manifesti politici emessi negli anni del conflitto vedi i seguenti indirizzi web:
(11)  Furono diverse le tematiche utilizzate durante il conflitto nei manifesti per la sottoscrizione. Per uno studio approfondito vedi Della Volpe N., Esercito e propaganda nella Grande Guerra; Veltrone A., Il nemico interno.
(12)  Oltre alla collaborazione con i Treves, il Comando Supremo realizzò con la Sestetti & Luminelli i Panorami della Guerra, con la Alfieri & Lacroix Sulle orme di San Marco, e fornì il materiale per il volume La Guerra italiana nel 1916.
(13)  Per alcuni esempi di fotografie pubblicate su tali fascicoli vedi:
(14)  Mosse ha raccontato come, in molte nazioni, tra cui la Francia, le fotografie scattate da alcuni soldati furono in seguito utilizzate, proprio per il loro realismo, come sfondo per realizzare alcune scene dei film antibellicisti degli ultimi anni Venti e degli anni Trenta. Vedi Mosse G.L., Le guerre mondiali, pag. 166.
(15)  Vedi Della Luna G., Il corpo del nemico ucciso, pag. 73.
(16)  Friedrich fu arrestato fino alla fine dell’anno. Dopodichè emigrò con la famiglia in Belgio. Il museo fu successivamente riaperto dal nipote nel 1982. Ultimamente, la sua opera Guerra alla Guerra è stata in Italia ripubblicata dalla Mondadori.




Originariamente pubblicato sul Dossier Fotografia e Storia della Sissco (Società italiana per lo studio della storia contemporanea).